Focus narrativi
Già dai primi passi tra le strette
vie di Volterra, sarà possibile imbattersi in nomi quali Chiasso delle Zingare, Via delle Prigioni, Vicolo delle Streghe, dalle sonorità tutt'altro che invitanti. Proprio di
streghe parlano alcune sentite
leggende volterrane, vive ancora oggi nel folklore paesano, come il mito di Aradia, la Strega Santa, o la storia che riguarda il Masso della Mandringa. Qui, donne e bambini si sono recati per secoli ad attingere alla fonte d'acqua purissima che sgorga dalla roccia, ma guai a sostarvi oltre una certa ora del sabato sera: il calo della temperatura e l'intensificarsi di versi di animali quali gatti e civette, erano sistematicamente seguiti dalle vorticose danze delle streghe, caratterizzate da rumori e schiamazzi, risate e odore di zolfo. Anche
D'Annunzio ne offre un'interpretazione, nel suo romanzo
Forse che sì, forse che no (1910): “[…] Sull’orlo delle Balze, un’altra notte di tregenda si stava consumando in onore del Principe delle Tenebre, ai piedi delle antiche mura, fra il sacro tempio dei Patroni e il diruto cenobio dei Camaldolesi”.
***
Nel 1887, nella zona di Borgo San Lazzaro, venne costruito quello che all'epoca si chiamava
Asilo dei Dementi, che restò attivo fino al 1996, nonostante le indicazioni della legge Basaglia, entrata in vigore nel 1978; dopo la chiusura, venne in parte riadattato, e in gran parte abbandonato, divenendo negli ultimi anni una grande attrattiva per gli appassionati di Urbex. Il grande complesso ebbe il suo maggior numero di ospiti nel 1939, in cui accoglieva quasi 4800 malati, e perché ciò fosse possibile era stato strutturato come un piccolo villaggio, con proprie strade, parchi, infrastrutture, e un piccolo cimitero. I 26 padiglioni di cui si componeva vennero nominati ispirandosi a illustri studiosi e medici dell'epoca: tra questi, il padiglione Charcot divenne sfondo delle vicende di un videogioco italiano,
The Town of Light, pubblicato nel 2016. Esiste inoltre un libro in due volumi,
Corrispondenza negata (1983, Edizioni del Cerro), contenente tutte le lettere che i pazienti avevano creduto di spedire alla propria famiglia, ma che in realtà venivano raccolte dal personale nelle rispettive cartelle cliniche.
***
Volterra è
sede di numerosi musei, e il fatto che siano spesso ospitati da importanti palazzi storici genera una consistente e suggestiva sinergia, rilevante per chiunque volesse immergersi nella storia e nella cultura del luogo. Il palazzo Guarnacci ospita il Museo Etrusco, allestito secondo la tradizione museale di fine Settecento, e ricco di reperti dal periodo villanoviano a quello romano; nell'ancora consacrata Chiesa di Sant'Agostino, in Piazza XX Settembre, ha sede il Museo Diocesano d'Arte Sacra, dedicato alla storia cristiana - in particolare medievale - del borgo; come diverse altre cittadine toscane impregnate di suggestioni dei “secoli bui”, tra cui San Gimignano e Siena, così Volterra ha il suo Museo della Tortura, ma è un altro luogo a contraddistinguerla per una delle sue effettive e radicate peculiarità: l'Ecomuseo dell'Alabastro, che con percorsi dall'epoca etrusca ad oggi, illustra la “vita” dell'alabastro e dei suoi lavoratori, a partire dall'estrazione, fino alle rifiniture per la messa in commercio. Esso si trova nei pressi della Pinacoteca, la quale insieme al Museo Civico narra la storia medievale del paese, mentre nel Palazzo dei Priori è possibile esplorare, oltre alla storia di chi governò Volterra, anche vicende più recenti, attraverso le mostre a tema non permanenti. Un tuffo nella vita nobiliare dell'Ottocento è permesso con la visita di Palazzo Viti, abitazione del nobile Giuseppe Viti, che nelle molteplici stanze della sua residenza collezionò arredamenti, ornamenti, dipinti e suppellettili tra i più sfarzosi e scintillanti dell'epoca.
***
Le
formazioni rocciose conosciute come “
Balze di Volterra” sono caratterizzate dai precipizi verticali che si concludono con calanchi argillosi, e con voragini comunemente chiamate Bocche del Diavolo. Se da una parte si tratta di un panorama spettacolare e unico nel suo genere, dall'altra si lega tristemente a una serie di tragedie vissute da chi, per diversi motivi, decise di porvi fine alle proprie sofferenze. La storia si confonde con la leggenda nella figura di un uomo, il cui nome si dice sia
Neri Maltragi, che sette volte tentò di lanciarsi col cavallo al galoppo nel dirupo, ottenendo la caduta solo dopo aver fatto girare il cavallo, affinché non s'impennasse sul ciglio. Si dice che il giovane fosse un malato di gioco e di effimere storie d'amore, e che in una di queste sue avventure avesse scatenato l'ira del marito di una sua amante, uomo che incontrò la morte per mano dello sciagurato Neri, il quale decise infine di suicidarsi. Vuole il racconto che la sua anima, non avuta sepoltura e ancora intenta ad espiare l'omicidio e il suicidio, appaia saltuariamente come fantasma nel circondario della città. Altri episodi furono quello del cosiddetto
Bachino, che gettandosi nel precipizio restò impigliato col mantello, spirando solamente tra le inutili cure dei monaci che lo soccorsero, e quello di
Giuseppe Tacconi, giovane cittadino soggetto a crisi di depressione, che tentò due volte l'atto definitivo: il cavallo, pur bendato, non l'accompagnò nell'abisso, poiché s'impuntò nonostante le frustate, e il giovane sopravvisse solo un breve periodo, fino al gennaio del 1819 in cui, in preda ad una nuova crisi, si gettò dalla finestra di una casa.
***
Uno dei luoghi che condensa maggiormente il fascino di Volterra dal sapore più lugubre è la
Piazza dei Priori, in cui si svolgevano un tempo le esecuzioni pubbliche. Su di essa si affacciano infatti la Torre del Porcellino, così chiamata per il particolare gargoyle a forma di maiale - memento di parsimonia - , in cui si trovava la campana di giustizia, adibita ad annunciare le condanne a morte, e il Palazzo dei Priori, residenza del potere fiorentino a Volterra, dal quale Giusto Landini venne trafitto e gettato nella piazza, come risposta al suo tentativo di mediazione, quando i volterrani non intendevano sottomettersi Firenze. Un altrettanto tragico aneddoto è legato alla già inquietante campana, i cui rintocchi creavano disagio in chiunque l'ascoltasse: nel 1785, un soldato di nome Antonio Stanganini stava attraversando la piazza, e in quel momento si staccò il batacchio, che cadde e uccise il disgraziato colpendolo alla testa.
***
La
storia di Volterra è indissolubilmente
legata alla pietra: le mura etrusche, alcuni dei resti romani, i palazzi e le strade sono tutti in pietra panchina, tipica pietra toscana nota per le conchiglie fossili incastonate al suo interno. Tuttavia, è un'altra la pietra protagonista della fama di Volterra e del suo artigianato: l'
alabastro, un minerale reperibile in vari colori a seconda della purezza, dal bianco traslucido ad un caldo rosa o arancio, soprattutto noto per la sua estrema lavorabilità, tanto che, con gli stessi strumenti con cui si lavora il legno, è possibile ottenere da questa pietra dei manufatti ricchi di finissimi dettagli. Dal 1895, la “Cooperativa Artieri dell'Alabastro” di Volterra si occupa di mantenere viva l'arte dell'alabastro, nel rispetto delle antiche tecniche tradizionali tramandate da generazione in generazione. Nella bottega dell'alabastraio, figura fondamentale della cultura volterrana, ogni fase del lavoro ha la propria figura dedicata: l'artista realizza il disegno, con indicazioni relative ad ogni passo successivo, la cui esecuzione spetterà a squadratori, tornitori, ornatori e scultori, a seconda del progetto da realizzare.
***
Sul punto più alto del colle sorge una struttura fortificata, divisa in due porzioni principali,
la Rocca Vecchia e la Rocca Nuova, conosciute rispettivamente come la “Femmina” e il “Mastio”. L'intera fortezza nacque come strumento di controllo da parte di Firenze sull'ostinata Volterra, oltre che come difesa di Porta a Selci. La Rocca Vecchia venne realizzata a partire dal 1343 per volere di Gualtieri di Brienne, l'allora signore di Firenze, mentre la Nuova fu voluta da Lorenzo il Magnifico, entrato in possesso di Volterra in seguito alla conquista della città da parte di Federico di Montefeltro, nel 1472. Intorno alla torre del Mastio venne poi eretta un'alta muraglia con quattro torrioni posti sugli angoli, e un'ulteriore doppia cortina muraria cinse infine il complesso del Mastio e l'antica Fortezza, dando luogo a un'imponente struttura difensiva capace di ospitare le carceri, i soldati fiorentini preposti alla sorveglianza della città, i magazzini dell'esercito e, in caso di nuovi assedi, l'intera popolazione.
***
L'occupazione della collina su cui sorge la città è documentata da resti risalenti fin oltre al XVIII secolo a.C., quando ancora gli insediamenti erano diversi e separati tra loro: sull'Acropoli si trovavano i luoghi di culto comuni agli abitanti di ogni villaggio. I reperti di murature più antichi risalgono pressoché al periodo dell'unificazione di questi villaggi, avvenuta nel VII secolo a.C., mentre i più recenti sono databili intorno al II secolo a.C. Sfortunatamente, solo i basamenti degli edifici sono pervenuti, oltre ad alcune decorazioni conservate al Museo Guarnacci, in quanto costituivano le uniche porzioni realizzate in materiali non deperibili: l'architettura etrusca, a differenza di altre a essa contemporanee, si basava sull'utilizzo di materiali deperibili quali argilla, terracotta e legno. A oggi, nell'area archeologica si trovano i resti di due templi, cosiddetti “tempio A” e “tempio B”, quest'ultimo il più antico. Essi, così come delle cisterne per l'acqua piovana, risalgono al III-II secolo a.C. e pare che la loro frequentazione sia continuata anche in epoca romana, fino al III secolo d.C.
***
Quando ancora il gioco nelle campagne era d'abitudine tra i bambini, era solito da parte dei genitori metterli in guardia nei confronti di un animale assai diffuso nei colli volterrani:
la malmignatta, un ragno velenoso conosciuto anche come falange volterrana, o vedova nera mediterranea, vista la somiglianza con l'assai più velenosa vedova nera. Il nome scientifico del ragno è Latrodectus tredecimguttatu, ed è caratterizzato da lunghe zampe, un addome ovoidale piuttosto grosso, e tredici macchie rosse distribuite su di esso. Pur essendo assai diffuso sia in centro che in sud Italia, la sua fama nel territorio di Volterra lo lega alla località da secoli, come attesta un documento del 1786 del Dr. F. Marmocchi, in cui viene definito “il Ragno rosso dell'Agro Volterrano”. Considerato per molti anni letale, è stato dimostrato che il veleno di un ragno è sufficiente a uccidere giusto le piccole prede di cui si nutre, mentre a un uomo può causare una serie di sintomi riuniti sotto il nome di “latrodectismo”.