Torrione di Spilamberto

Descrizione

In prossimità dell’ingresso principale del paese di Spilamberto si erge una struttura fortificata di origine medievale, conosciuta anche come “il Torrione”. Le mura di cinta cui prima si appoggiava, con finalità prettamente difensive e militaresche, adesso sono state abbattute e lasciano la costruzione immersa nel panorama cittadino circostante. Ad oggi l’edificio offre la possibilità di visitare l’Antiquarium sia le prigioni, situate in una delle stanze più alte della torre. Rilevante poi la Cella di Messer Filippo, anch’essa visitabile, la quale racconta una macabra storia che adesso vive attraverso tracce e iscrizioni.

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Cenni storici

Il Comune di Modena ordinò la costruzione del castello nel XIV secolo. Questa avvenne a ridosso delle mura di cinta che proteggevano Spilamberto, fornendovi così ulteriore potenza strategica. Tra i secoli XVI e XVII venne appoggiata sui merli della torre una copertura lignea, destinata a rimanervi fino ai tempi della Seconda guerra mondiale quando l’edificio venne danneggiato dai bombardamenti. Originariamente il Torrione era dotato di un ponte levatoio e di un mastio. Quando nel XX Secolo il progetto di ampliamento del paese portò alla distruzione delle mura il ponte venne rimosso e al fianco della struttura principale ne sorse una adiacente, munita di scale che agevolassero l’ingresso.

Focus narrativi

Nelle prigioni situate ai piani più alti della torre, tutt’ora visitabili, si trovano ancora gli anelli per le catene attaccate ai muri e utilizzate per tenere bloccati i prigionieri. Sempre nelle prigioni si può vedere anche lo stemma della famiglia Rangoni, casata nobile che per secoli è stata feudataria del paese.

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A est e ovest del Torrione il grande orologio che conta il tempo dal XVI secolo. Più volte sostituito, questo è stato di recente al centro di un progetto della scuola media locale: gli studenti hanno contribuito, al fianco dell’orologio moderno, a farne esporre in mostra uno più antico, la cui base è databile all’incirca al XIX secolo.

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Affascinante il caso della Cella di Messer Filippo. È stata scoperta nel 1947 durante uno dei lavori di restauro del Torrione. Trattasi di un sottoscala dalle dimensioni ridottissime (un metro e mezzo per due di larghezza, alto due nel punto più alto) situato sulla cima della torre, rimasto murato per moltissimo tempo. Sulle sue pareti una serie di scritture e disegni che riportano, quando sono ancora leggibili, la storia personale di chi probabilmente è stato imprigionato nella cella. Al momento della scoperta molte delle iscrizioni furono copiate e messe in salvo dall’usura del tempo: in questo modo a oggi la quantità di iscrizioni consultabili è superiore rispetto al numero di quelle ancora visibili nelle pareti della stanza. Dell’autore si ha soltanto una firma: “Messer Filippo detto il diavolino”. Stando alle ricostruzioni partite dalla sua opera, si deduce che egli fosse un mercante di origini spagnole che, giunto a Spilamberto in epoca non precisata, si innamorò di una castellana e venne costretto, a seguito di un corteggiamento illecito, a scontare una tremenda prigionia dal signore locale. Difficile inizialmente collocare la vicenda: l’arco temporale individuato dagli studiosi sembrava estendersi per oltre trecento anni.

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La leggenda vuole che Messer Filippo usasse il suo stesso sangue come pigmento per le iscrizioni e i disegni sulla parete della cella. Altre voci dicono che, durante le notti d’estate, il fantasma dello sventurato ancora emetta un tragico lamento in grado di risuonare per tutto il Torrione.

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Tra le figure che affrescano le pareti: un uomo con un alto cappello e le orecchie ben visibili al di sotto e una donna che indossa una corona e un abito scuro, che impugna con una mano una spada e con l’altra la testa di un uomo decapitato, il cui corpo giace ai suoi piedi. Si vedono poi cinque stelle a sei punte e una falce di luna.

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Alcune didascalie consentono di ricostruire la vicenda narrata dai graffiti: “Dirò della sovrana e pure de Giulia / sua figlia che quella è matre sua / un laccio d’oro a li a messo al collo […] Singiori io stava qui pe li fatti miei e non dava a niuno fastidio / abbisongia che ve lo dica / che fo respinto da una dona che non ma voluto vedere dipinto / ma se io potesse una volta giustizia fare / per penitenzia glie vorria dire che andasse là donde me lasasse stare / volete vedere che questa è una bella festa / che questa dona ma fatto rompere la testa
Donna crudele e ingrata / io in lei servire e lei me maltrattare […] Io sono Filippo chiamato il diavolino / che mai più so stato in prigione ma la mia vita fò martorizzata / che de a chosì certamente perché fo meschino non feci a nisiuno male […] Le amorose fiamme il cor me accende / per tuo amore a le cose mia bella / se questa infelice vita iqui resta la nostra alo spirto farà da te ritorno […] Sempre la sua figura adorerò / sempre servo devoto sarò […] Ego Felippus fermanus […] Choma signore illustre almo e soprano / dona, singiore la libertà al poverin marchisano”. Accurate indagini storiche hanno portato alle seguenti conclusioni: la datazione dei graffiti copre ora un arco piuttosto ristretto, che va dal 1523 (anno di nascita di Giulia Varano della Rovere, la presunta protagonista delle vicende narrate da Filippo) al 1547 (anno della sua morte). Straordinaria allora la portata documentale dell’opera di Messer Filippo, in grado di svelare veri e propri retroscena sulla vita dei personaggi coinvolti, tra intrighi di potere e bramosie dai risvolti macabri.

Spunti videoluci

Acquerelli, disegni, illustrazioni stampate che si animano: il videogioco può nascere proprio dall’impossibile estendersi di qualsiasi opera raffigurativa, dal suo farsi mondo e divenire abitabile per l’utente. Immaginare i graffiti di Messer Filippo prendere vita e costruire un racconto interattivo è allora il modo più affascinante per dar vita alle vicende del povero prigioniero del Torrione, pensando di poterne ricolmare lacune e misteri proprio a partire dal pretesto della loro solidificazione grafica: osservare le pareti della cella può essere lo struggente momento d’inizio per un viaggio che poi, come per magia, riesca a trascinare al di fuori delle ristrette mura della prigione.

[Bibliografia]

– Laura Balboni, Paolo Corradini, Rocca Rangoni a Spilamberto. Storia e destino di una fortezza, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2017.

[Sitografia]

Comune di Spilamberto
Turismo.it

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