Descrizione
Il Tempio Malatestiano è affollato di icone e simboli tutt’altro che consueti per la tradizione cristiana. Più che un luogo di culto religioso, infatti, il Tempio è un grande e maestoso sepolcro personale, voluto da Sigismondo Pandolfo Malatesta per sé e per la propria famiglia, nonché monumento alla cultura neoplatonica. Ne conseguono un’atmosfera e una collezione di opere eterogenee, tra cui icone e forme della cristianità sembrano scomparire del tutto, lasciando spazio a un concistoro che riflette in tutto e per tutto l’ambizione velleitaria e auto-celebrativa dell’allora signore di Rimini. Per la struttura, la funzione e le opere conservate all’interno, l’edificio merita a oggi un’attenta osservazione e si conquista un curioso posto di rilievo tra i luoghi di culto della città.
Location
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Focus narrativi
Il Tempio deve il suo nome alla funzione che Malatesta volle per i suoi interni: dedicato alla famiglia di Sigismondo, questo era infatti riempito di fregi e
opere pagane. È proprio il linguaggio pagano, intricato e denso di riferimenti, a rendere di difficile interpretazione la lettura dell’apparato del Tempio.
Roberto Valturio, storico italiano membro della corte malatestiana, descrive i suoi interni come “simboli tratti dai più occulti penetrali della filosofia”. Difficile pertanto rintracciare una chiave interpretativa unica nel fitto intrecciarsi di trame e significati: proprio per questo, spesso la lettura del Tempio ha ricondotto a una mera celebrazione individuale di Malatesta.
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Se il progetto di
Leon Battista Alberti fosse stato compiuto, le navate che vi si trovano oggi avrebbero soltanto il ruolo di ampio corridoio d’accesso all’edificio centrale, di pianta circolare. La funzione celebrativa del Tempio sarebbe stata molto più evidente a opera compiuta, mentre la contemporaneità ce lo restituisce attraversato da una forte ambiguità, estetica quanto funzionale.
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Papa Pio II Piccolomini manifestò la sua contrarietà nei confronti del Tempio e delle sue decorazioni interne, scrivendo di Sigismondo nei propri Commentari: “Costruì un nobile tempio a Rimini in onore di San Francesco; ma lo riempì di tante opere pagane che non sembra un tempio di cristiani ma di infedeli adoratori dei demoni”. I rapporti tra il pontefice e Malatesta peggiorarono sempre di più fino alla scomunica del 1460. Nel 1467 si arrivò a un culmine di tensione quando Paolo II chiese a Sigismondo di cedergli Rimini. Sigismondo si dimostrò allora orgoglioso, e malgrado la sua malasorte recente rispose “quella povera città che m’è rimasta, dove sono la maggior parte delle ossa delli miei antiqui”, “m’è meglio morire con honore che di ricevere tale vilipendio”: “io aspettaria innanzi mille morti che lassarmi congiongere a tal caso e victoperio di tutti li miei passati”.
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Il fregio del Tempio recita “IGISMUNDUS PANDULFUS MALATESTA PANDVLFI F V FECIT ANNO GRATIAE MCCCCL”, già dichiarando gli intenti dell’edificio e la sua natura celebrativa. Per la costruzione della facciata Leon Battista Alberti si ispirò al vicino Arco di Augusto di Rimini, proponendo un’atipica struttura ad arco di trionfo. L’interno dell’edificio dà forma poi alla prima applicazione pratica del trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti: è cioè una costruzione armonica, rigorosa, semplice, proporzionata ed ispirata all’arte antica. A conti fatti, gli interni ricordano più quelli di un Tempio pagano che quelli di una chiesa.
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Numerose le decorazioni interne al tempio che, come Sigismondo, sfidano o oltraggiano l’autorità papale. Piero della Francesca, per esempio, ritrae Sigismondo in preghiera dinnanzi al santo omonimo, raffigurato però in netta opposizione rispetto all’iconografia ecclesiastica: non giovane, bensì vecchio. Ha infatti le fattezze di Sigismondo di Lussemburgo, che nel 1433 aveva conferito a Malatesta il ruolo di cavaliere. La rappresentazione è quindi quella di una legittimazione, ma non papale o religiosa, bensì imperiale e politica. Nell’affresco compaiono anche due cani, simboli legati all’Impero cui Sigismondo giura fedeltà.
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Numerosissimi i simboli che celebrano la famiglia Malatesta: elefanti, rose a quattro petali che testimoniano la discendenza dagli Scipioni, l’eroe Tarcone, e così via.
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Nella cappella di San Michele troviamo un altro affronto all’autorità papale: l’epigrafe sul sepolcro di Isotta degli Atti, prima amante e poi moglie di Sigismondo, recita infatti: “D. ISOTTAE ARIMINENSI B.M. / SACRUM MCCCL”. La “D.” all’epoca fu interpretata come abbreviazione di Divae, generalmente aggettivo rivolto ai beati. Questo suonò come una vera e propria bestemmia. Ad oggi, possiamo rileggere la “D.” come un più plausibile “Dominae”. Vero è che Sigismondo non fece nulla per evitare, a priori, una simile e oltraggiosa ambiguità.
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Ad oggi, il Tempio Malatestiano risulta incompiuto.
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Notabili i temi delle cappelle, di per sé significativamente contrapposti alla tradizione ecclesiastica. Tra tutte la cappella dello Zodiaco, o dei Pianeti, rappresenta le figure dei segni zodiacali con bassorilievi del tutto non convenzionali e attribuiti ad Agostino da Duccio. Sempre sue le rappresentazioni celebrative delle Arti Liberali: la Filosofia, la Musica, la Retorica e la Grammatica.
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Impossibile scollegare il Tempio Malatestano dalla figura di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Per una sua biografia più approfondita, si vedano i testi in bibliografia.
Fonti e link
[Bibliografia]
- Domenico Paulucci,
Il tempio malatestiano di Rimini, Mirabilia urbis, Rimini, Franco Cosimo Panini Editore, 1993.
- Oreste Delucca,
Sigismondo Pandolfo Malatesta controverso eroe, Rimini, Bookstones, 2016.
- Ferruccio Farina,
Sigismondo Malatesta, 1417-1468: le imprese, il volto e la fama di un principe del Rinascimento, Rimini, Maggioli Editore, 2017.
[Sitografia]
The Malatesta Temple
Finestre sull'Arte
[Scheda Film Commission]
Emilia-Romagna Film Commission
Si ringrazia il Comune di Rimini per la collaborazione.