Focus narrativi
Ultimo di dieci figli,
Stefano Pelloni nasce nel 1824 a Boncellino di Bagnacavallo, nella Romagna dominata da vari secoli dallo Stato Pontificio, uno dei territori tra i più arretrati e reazionari d’Italia [vedi
scheda dedicata]
Dopo alcuni anni fallimentari presso una scuola privata, dove si sarebbe dovuto formare come sacerdote, segue suo padre nell’attività di traghettatore, dando così origine al soprannome di “Passatore”. Attraverso questo mestiere, praticato anche di notte, entra in contatto contrabbandieri, banditi e ladri, venendo a conoscenza della vita infima a cui è costretta una larga parte della popolazione a causa dei loro padroni, verso cui incomincia a provare forti risentimenti.
Sfrutta così le conoscenze acquisite per costruirsi una fitta rete di confidenti e di collaboratori, che nel corso del tempo lo favoriranno nel brigantaggio.
Tra le imprese più celebri del Passatore si ricorda quella di Forlimpopoli.
La notte del 25 gennaio 1851 la sua banda penetra nel teatro comunale durante l'intervallo di una rappresentazione, rapinando gli uomini più ricchi della città.
Fra le famiglie derubate è presente anche quella di Pellegrino Artusi, famoso gastronomo italiano, politicamente giacobino.
Quello stesso anno, a seguito del tradimento di uno dei suoi uomini, il Pelloni viene rintracciato ed eliminato dalla gendarmeria nelle campagne romagnole. Il suo cadavere viene trasportato su un carretto per le strade, a dimostrazione dell’effettiva fine e con l’intento di smitizzarne le gesta.
Infatti, nonostante l’atrocità delle sue azioni, il Passatore entra a far parte del mito popolare, come una sorta di “Robin Hood romagnolo”. A lui vengono dedicate rievocazioni orali e scritte, come ad esempio l’ultima strofa della poesia Romagna di Giovanni Pascoli che lo evoca come il “Passator cortese”.
Romagna solatìa, dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada e re della foresta.
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Accanto alla figura del Passatore, è impossibile non citare
Pellegrino Artusi, scrittore e gastronomo nato a Forlimpopoli nel 1820.
Il colpo banditesco subito a teatro nel gennaio del 1851 segna profondamente la famiglia Artusi: Gertrude, una delle sorelle, impazzisce per lo spavento e viene internata in un manicomio.
Da qui la decisione della famiglia di trasferirsi a Firenze, dove Pellegrino ormai trentenne si dedica con successo all’attività commerciale, mantenendo comunque vivi i rapporti con la città natale.
Nell’arco della sua vita coltiva la passione per la letteratura e per la cucina, scrivendo anche un paio di libri pubblicati a sue spese, che però non riscontrano successo.
La notorietà arriva nel 1891 con la pubblicazione di
La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene. Costituito da 790 ricette raccolte durante i suoi viaggi in Italia, questo volume ha un approccio didattico in cui le descrizioni puramente culinarie sono accompagnate da riflessioni e aneddoti dell’autore stesso. Ad oggi è uno dei maggiori libri letti in ambito gastronomico e nel corso degli anni è stato stampato in molte edizioni e tradotto in diverse lingue.
Come il Pelloni, anche Pellegrino Artusi entra a far parte della cultura forlimpopolese: a suo nome sono intitolate la scuola alberghiera e la celebrazione annuale della “Festa Artusiana”, una festa per antonomasia dedicata ai sapori locali e nazionali, contornati da musica, spettacoli, mostre, mercatini, il tutto all’insegna della convivialità.
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La
Rocca di Forlimpopoli, situata nella piazza principale, è una delle costruzioni meglio conservate della Romagna ed è stata innanzitutto il baluardo militare degli Ordelaffi, signori di Forlì, prima della distruzione di Forlimpopoli voluta dal cardinale Egidio d’Albornoz nel 1361.
Si presume che l’edificio sia stato risparmiato dall’esercito pontificio e che nel 1380, con la concessione di Urbano VI a Sinibaldo Ordelaffi, vengano effettuati dei lavori assieme alla ricostruzione dell’intera città.
Nel corso dei secoli il complesso passa sotto il dominio di molte signorie, tra cui i Riario-Sforza, i Borgia, i Rangoni e, per ultimi, gli Zampeschi, signori di Forlimpopoli.
Alla morte di Brunoro II Zampeschi, la rocca ritorna definitivamente sotto il controllo diretto dello Stato della Chiesa finché, nel 1797, il governo francese requisisce il bene e lo cede alla Municipalità di Forlimpopoli che ne detiene ancora oggi la proprietà.
Attualmente al suo interno sono presenti la sede del Comune, il Museo Archeologico di Forlimpopoli (MAF), il Centro Culturale Polivalente e il Cinema Teatro “Giuseppe Verdi”.
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La
Segavecchia è la festa più antica di Forlimpopoli e affonda le sue radici nella storia, intrecciandosi con miti e leggende.
È una sagra contadina volta alla benedizione della terra per un prosperoso raccolto e all’esorcizzazione del male attraverso il rito della punizione quale via di redenzione e rinascita.
La leggenda medievale, tramandata in epoca cristiana, narra di una giovane sposa che trovandosi gravida in tempo di Quaresima, presa dalle “voglie”, non resiste a sfamarsi con un “salsicciotto bolognese” ancora crudo e tutto intero: un peccato grave per il quale sarà poi condannata a morte.
Si dice che la giovane, per non farsi riconoscere durante il suo passaggio per le vie del paese, si sia camuffata da vecchia signora, sporcandosi il viso di fango, stracciandosi i vestiti e coprendosi il capo con un fazzoletto.
Giunta al patibolo i boia la aspettano brandendo un’enorme sega da boscaioli, con la quale le viene inflitta la terribile punizione.
A questa sagra è riconducibile il culto della Madre Terra, o meglio ancora della fertilità, del ciclo di vita – morte – vita, che i popoli dediti all’agricoltura lo rendono concreto nel concetto di periodicità: in autunno la vita appassisce morendo in inverno, per poi rinascere in primavera e produrre i suoi frutti in estate.
Il mito della Segavecchia è dunque la celebrazione del superamento dell’inverno e del ritorno alla primavera: la vecchia bruciata o segata genera dal suo seno nuovi frutti.
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Fonti locali attestano l’
avvento del cinema a Forlimpopoli poco dopo il primo decennio del Novecento.
Su decisione del Partito Socialista Italiano, viene aperto al pubblico in uno modo del tutto singolare: gli spettatori sono costretti a portarsi da casa le sedie, poiché non sono presenti in sala.
La seconda prova di implementazione cinematografica si realizza nel 1920. Alcuni giovani del luogo decidono di fare impresa e apportano le dovute modifiche per la nuova funzione del teatro. L’esperienza naufraga però appena tre anni dopo.
Nel 1923 la sala è gestita dall’elettricista forlimpopolese Nino Bazzoli che nell’anno successivo inaugura l’arena del cinema Verdi, le cui proiezioni estive sono effettuate nel cortile delle ex scuole elementari.
In quegli anni, il cinema non è ancora percepito dalla popolazione locale come fonte di intrattenimento. Sembra che la spinta definitiva sia data dalla guerra d’Etiopia del 1935: i cinegiornali proiettati prima del film sono l’unico mezzo disponibile per vedere i luoghi dove parenti e amici sono andati a combattere. L’attività quindi inizia ad essere redditizia e si arriva ad accogliere anche 250 spettatori. A causa della guerra la sala resta chiusa al pubblico dal 1942 al 1945, diventando prima la sede di comando dei nazisti, poi quella degli Alleati.
Terminato il conflitto mondiale, il cinema torna a essere un luogo di cultura e cresce sempre di più di importanza, a tal punto che negli anni Cinquanta viene annessa una seconda sala.
Raggiunge così attorno agli anni Sessanta il boom: durante la proiezione all’aperto del film
Pia de' Tolomei, vengono chiuse le porte per l’esaurimento dei posti, ma l’enorme afflusso di persone che continua a pressare provoca lo sfondamento di uno dei portoni dell’arena.
Mentre l’Italia cambia e il cinema commerciale prospera, il Verdi anticipa i tempi delle sale d’Essai dando spazio a cicli di film di qualità, seguiti da dibattiti spesso molto accesi. Il cineforum viene inaugurano nel novembre del 1968 con
La dolce vita.