Tarocchino bolognese

Descrizione

Bologna vanta uno dei giochi di carte più complessi e difficili al mondo, ancor oggi praticato, a quasi sei secoli dall’apparizione, da uno sparuto lotto di irriducibili. Il mazzo del Tarocchino bolognese è composto da 62 carte suddivise in cinque pali: denari, coppe, spade, bastoni e trionfi. È un gioco di risposta al seme, simile al tressette, e ancor più al maraffone romagnolo e ai trionfi ferraresi; a differenza di questi ultimi utilizza però come briscola un quinto palo, i trionfi appunto, per tagliare quando non si ha da rispondere al seme.
Le storie del Tarocchino sono suggestive e travolgenti: un principe lucchese rifugiato a Bologna, carte al rogo in piazza San Petronio, un grossista di trionfi per gli Este, un barbiere ladro di tarocchi, nobildonne e canonici messi alla berlina in versi, icone di papi e papesse ridotte a satrapi, fantesche tramutate in fanti, teste che si sdoppiano, un violinista veneto malmenato e incarcerato e un traditore ungherese che rinnega il Sacro Romano Impero e si converte all’Islam in cambio del titolo regale. Ce n’è abbastanza per incuriosire anche i più reticenti.

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Cenni storici

Il Tarocchino bolognese è testimone eccellente del gioco che nel Rinascimento appassionò tante corti d’Italia ed è l’unico che ancora viene giocato da oltre cinquecent’anni, conservando strutture e regole pressoché inalterate. Non risulta che la variante locale abbia mai attecchito altrove rimanendo invece esclusiva di Bologna e del suo territorio. Sull’invenzione dei Tarocchi si dibatte ancora molto: certamente essi furono derivati nella prima metà del Quattrocento in Italia settentrionale dai “naibi”, un mazzo di 52 carte di origine mamelucca diffusosi in Italia verso il 1370. La stagione di maggior celebrità dei Tarocchi fu il Settecento, quando venivano giocati in molti paesi europei dalla Francia alla Russia, dalla Sicilia alla Scandinavia. Per una storia più approfondita invitiamo alla lettura della pagina dell’Accademia del Tarocchino Bolognese, in sitografia.

Focus narrativi

Ottocento, Mattazza, Millone, Centocinquanta e Terziglio sono i cinque giochi più diffusi con le “carte lunghe”, come i tarocchi sono più comunemente chiamati per distinguerli dal normale mazzo italiano di quaranta carte. A causa delle quasi infinite combinazioni del Tarocchino, perdere o aggiudicarsi una carta può stravolgere il risultato finale. “Mangiarsi il Bégato”, “coprirsi il Matto”, “rompere criccone”, “strisciar trionfi”, “far sequenza”, “scavezzare la Grande”, sono tra le espressioni più ricorrenti ai tavoli di Tarocchino. L’appassionato di giochi di “taglio” che avrà la fortuna di incontrarlo, resterà vinto da una brillantezza dal gusto antico. Il Tarocchino è oggi per Bologna e il suo territorio una di quelle piccole essenze che compongono l’aroma di questa terra.

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Sfaccettata e colorita la nomenclatura dei Trionfi che compongono il mazzo: Angelo, Mondo, Bégato e Matto sono detti Tarocchi; Sole e Luna sono Le Rosse; Bégato e Matto I Contatori; Angelo, Mondo, Sole, Luna invece Numeri della grande; seguono i Trionfi dal 16 al 5 chiamati Numeri di scavezzo, e infine Angelo, Mondo, Sole e Luna, chiamati La Grande. Numerosissime, a ogni modo, le configurazioni che il gioco ha subito nel corso dei secoli.

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Il testo più importante sul tema del gioco rinascimentale dei Tarocchi è L’invettiva contra il gioco del Tarocco del ferrarese Flavio Alberto Lollio, del 1550, e la Risposta di Vincenzo Imperiali. I due manoscritti sono alla biblioteca di Ferrara. Lollio descrive una mano sfortunata, maledicendo il Tarocco e chi l’ha inventato. Imperiali gli risponde a tono, esaminando la stessa mano, e lodando la grande bellezza del gioco.

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Il dialetto, quale lingua d’elezione del Tarocchino bolognese, è una squisita rielaborazione di termini da gioco che troviamo altrove: i semi diventano “dener, capp, sped e bastan”, i giocatori d’angolo “zugadur d’àngol”, bussare “busser”, strisciare “strisier”, volare “vuler”; il conteggio finale “dscàrrer fora dal zug” e così via.

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I novellini che giocano per le prime volte vengono definiti “ra dal col stort”, cioè “re dal collo storto”, affinché imparino a distinguere presto il Re di Bastoni (in particolare quello di Spade) dalla Regina corrispondente – tali carte hanno infatti tratti femminili abbastanza simili, cosa che non si può dire per i Re di Denari e di Coppe, che sfoggiano invece delle barbe che lasciano poco adito a dubbi.

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Le numerose carte del Tarocchino hanno ognuna una precisa iconografia, nonché un nome e una controparte dialettale. “L’anzel” è l’angelo, cioè il Trionfo che prende su tutte le carte del mazzo, rappresenta la “tromba del giudizio universale” nella simbologia classica dei Tarocchi – viene poi storpiato in “l’anzlaz” (l’angelaccio) quando il Trionfo ha il numero undici, cioè il Vecchio o l’Eremita, che dir si voglia, o in “l’anzlen” (l’angioletto) quando ha il numero cinque, e viene raffigurato come Amore, cioè Cupido. Il più piccolo dei Trionfi, nonché uno dei contatori, è invece “il béghet”, cioè il bagatto, ovvero il mago oppure il giocoliere nell’iconografia classica dei Tarocchi, e viene definito anche “cug di bastarden”, cioè “cuoco dei bastardini”, in quanto è rappresentato con un cappello simile a quello di un cuoco e contornato da figure che sembrano bambini. “La lòuna”, cioè la Luna, e “al Sàul”, il Sole, sono due Trionfi di valore elevato, di cui il primo corrisponde teoricamente al numero diciassette, e sono dette anche “rosse” in virtù del colore con cui sono rappresentati nelle carte. “al mat”, il Matto, non prende e non si perde se non in casi eccezionali, ed è uno dei quattro Tarocchi nonché uno dei due Contatori.

Spunti videoludici

Non solo le storie e i personaggi che hanno per protagonista il Tarocchino bolognese offrono una vasta gamma di ispirazioni diverse a cui attingere (per un videogioco basato sul folklore bolognese, sulla storia dei miti della città, in cui compaiano come per magia personaggi bislacchi o accaniti giocatori di carte), ma la possibilità stessa di vedere un tavolo di Tarocchino animarsi, coi suoi sberleffi e le sue colorite espressioni dialettali, il suo complesso sistema di regole e talvolta la sua animosità (si veda l’invettiva di Lollio), offre l’occasione di rendere vivo, dinamico e divertente un contesto o un’ambientazione storica bolognese. Il tavolo da gioco potrebbe fare da sfondo a un dialogo ambientato in una locanda, a una sezione investigativa scanzonata, sulla scia di quelle che si ricordano da Monkey Island (LucasArts, 1990-2010): non solo un tavolo del Tarocchino rende vivo e vibrante un ambiente, ma racconta un pezzo di storia e di cultura imprescindibile per gli appassionati o per chiunque voglia omaggiare la città di Bologna in un videogioco.

Parallelamente, si potrebbe pensare di rendere il Tarocchino vero protagonista della scena, dedicandogli una trasposizione digitale, magari anche multigiocatore e su dispositivi mobile. A tal proposito, sembra d’obbligo l’inserimento di un’opzione per avere la lingua di gioco interamente in dialetto, o (perché no?) la possibilità per i giocatori di utilizzare appositi tasti per riferirsi a eventi nel gioco in modo dialettale, così da ricreare integralmente e con la maggior fedeltà possibile l’atmosfera di una vera partita.

[Sitografia]

Accademia del Tarocchino bolognese

Scheda realizzata in collaborazione con l’Accademia del Tarocchino Bolognese. Testi curati con la partecipazione di Lorenzo Cuppi e rielaborati da fonti cartacee del 2002.

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