Pieve di San Donato

Descrizione

“Salve, affacciata al tuo balcon di poggi
tra Bertinoro alto ridente e il dolce
pian cui sovrasta fino al mar Cesena
donna di prodi,
salve, chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite,
rendi la voce”
[Giosuè Carducci, Rime e ritmi (1898), La chiesa di Polenta, vv. 101-108]

La chiesa di Polenta, l’antichissima pieve di San Donato, è stata celebrata e resa famosa in tutta Italia dalla poesia “La chiesa di Polenta” di Carducci, premio Nobel per la letteratura nel 1906; in questo componimento dell’illustre poeta toscano, professore all’Università di Bologna, viene celebrato il motivo dell’importanza di questa chiesetta e del piccolo borgo di Polenta: avrebbe dato i natali alla nobile famiglia dei Da Polenta, signori di Ravenna che ospitarono Dante dal 1318 fino alla morte nel 1321. Carducci riprende così la leggenda popolare che vuole che Francesca da Rimini, protagonista insieme a Paolo Malatesta del V° canto dell’Inferno di Dante, sia nata proprio a Polenta o che qui abbia vissuto durante la giovinezza (“Forse Francesca temprò qui li ardenti/ occhi al sorriso?”, [La chiesa di Polenta, vv. 3-4]) e avanza l’idea che anche il Sommo Poeta possa essere passato da qui (“Forse qui Dante inginocchiossi?”, [La chiesa di Polenta, v. 25])
La pieve si presenta oggi a forma basilicale a tre navate absidate; la navata centrale è delimitata, su entrambi i lati, da cinque massicce colonne circolari in mattoni e pietra più due semicolonne addossate alla facciata e all’abside. Le colonne sono sormontate da capitelli lapidei tutti differenti l’uno dall’altro: alcuni sono privi di ornato e presentano soltanto qualche semplice modanatura; altri sono arricchiti da bassorilievi che raffigurano arabeschi, intrecci e foglie; altri ancora, i più particolari, contengono figure di animali, anche fantastici, volti e busti umani. I capitelli, così come la massiccia croce di calcare bianco posta nella lunetta dell’ingresso principale, richiamano, anche se in forme più rozze, motivi ornamentali longobardi e bizantini.
Sul presbiterio sopraelevato si trova l’altare maggiore la cui parte anteriore è costituito da un palio marmoreo con croce greca a otto bracci affiancata a due croci latine di provenienza greca, risalente al VII secolo; sotto il presbiterio si trova la cripta divisa in tre piccole navate sostenuta da basse e snelle colonne i cui capitelli hanno caratteristiche simili a quelli della chiesa.
Nella campata di sinistra, a filo della semplice facciata a capanna, sorge il campanile quadrato il cui periodo di fondazione è tuttora incerto.

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Cenni storici

Il primo documento che attesta in modo inequivocabile la presenza della pieve di San Donato risale al 24 luglio 911 dove si legge: “in territorio popiliense in plebe Sancti Donati” (nel territorio forlimpopolese, nella pieve di San Donato). Secondo gli storici le parti più antiche dell’edificio (cripta, colonne e capitelli) sono attribuibili all’ambito dell’arte longobarda del VII e VIII secolo, periodo al quale si riconduce anche la particolare struttura basilicale dell’edificio.
Nel 1705 la chiesa, che doveva trovarsi in pessime condizioni, subì radicali lavori di restauro che stravolsero le caratteristiche architettoniche della stessa. Quasi due secoli dopo, nel 1890, la pieve venne riportata all’aspetto originario con importanti lavori di restauro; a fine secolo (1898-1899) venne poi ricostruito anche il campanile.

Focus narrativi

Giosuè Carducci si recò diverse volte a Polenta, ospite a villa Silvia, sulle colline cesenati, dei conti Pasolini-Zanelli e in una delle prime visite nel 1897 ebbe l’ispirazione per la composizione dell’ode “La chiesa di Polenta” in onore dell’antica pieve. I diritti d’autore della poesia, pubblicata quello stesso anno dalla tipografia Zanichelli di Bologna, furono devoluti dal Carducci a beneficio del restauro del campanile: una sorta di crowdfunding ante litteram!
Dalla morte del poeta nel 1907 si susseguono fino ai giorni nostri, nel mese di settembre, “i Raduni Carducciani” nei quali, presso la pieve, viene letta e commentata da studiosi l’ode carducciana.

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Nonostante il verso di Carducci ne “La chiesa di Polenta” (“Forse qui Dante inginocchiossi?”) non esistono elementi concreti per dimostrare la visita del Sommo Poeta a Polenta e alla sua antica pieve; quello che è certo è che Dante trascorse gli ultimi anni della sua vita ospite dei Da Polenta a Ravenna che dista solo una quarantina di chilometri dal piccolo paese sulle prime colline forlivesi. Alla presenza di Dante a Polenta sembrava invece credere Aurelio Saffi, patriota, politico italiano e importante figura del Risorgimento, le cui parole sono scolpite su una lapide posta sulla facciata della chiesa: “Quale italiano non vorrà conservata ed onorata una chiesa dove Dante pregò?”.

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A pochi chilometri da Polenta, sul colle di Conzano, si trova un cipresso legato, da diversi secoli, alla figura di Francesca da Rimini; anche il poeta Carducci era a conoscenza di questa “storia” e la inserisce ne “la chiesa di Polenta”: “Agile e solo vien di colle in colle/
quasi accennando l’ardüo cipresso./ Forse Francesca temprò qui li ardenti/ occhi al sorriso?” (vv. 1-4). Nei secoli a causa di eventi meteorici, bellici e incuria il cipresso è stato distrutto o è morto ma è stato sempre ripiantato; nel 1898 anche dal Carducci.

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L’origine del toponimo “Polenta” è piuttosto incerta: potrebbe derivare dal latino polenta, -ae, cioè farina di orzo abbrustolito, focaccia e quindi il nostro toponimo avrebbe un’origine popolare legata alle tavole delle povere genti contadine che abitavano queste zone.
Un’altra ipotesi fa derivare il nome Polenta dal nome proprio latino Pollentius, che indicava un uomo potente, forte e molto stimato; altre località italiane ed estere hanno toponimi di simile derivazione: Pollenza, Pollenzo e Pollença nelle Baleari.
Una terza ipotesi, non molto accreditata, fa nascere il nome “Polenta” dal nome della famiglia “Da Polenta” che, a sua volta, l’avrebbe desunto dalla terra di origine, in Germania; ad avvalorare questa tesi è la presenza, in Sassonia, di un fiume, il Polenz, affluente dell’Elba e di un villaggio che ne prende il nome.

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La dedicazione della pieve a San Donato, vescovo di Arezzo, confermerebbe l’origine della chiesa nell’ambito longobardo; nel 665 Grimoaldo, re dei longobardi, di ritorno da Benevento verso Pavia, fece tappa ad Arezzo, all’epoca importante città longobarda. Valicato l’Appennino rase al suolo Forlimpopoli, che faceva parte dei territori bizantini dell’esarcato di Ravenna, e stanziò, nella fascia collinare, una serie di presidi militari per respingere ogni tentativo dei bizantini di penetrazione nel territorio; uno di questi presidi di soldati longobardo-aretini sarebbe stato posto proprio a Polenta e porrebbe quindi la nascita della pieve tra la fine del VII secolo e l’inizio dell’VIII.

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A poche centinaia di metri dalla pieve si trova un colle sul quale sorge la rocca di Polenta anche se è difficile, se non impossibile, ricostruirne l’aspetto originario; qualche traccia di mura, di un torrione, di un mastio e di porte sono ancora leggibili sul terreno. Attualmente della rocca resta solo una parte del palazzotto signorile che oggi è abitazione privata. Ai piedi del colle si trova il “castello”, una serie di abitazioni rurali sorte attorno ad una piazzetta e originariamente protette dalla cinta muraria collegata alla rocca.
Il castello di Polenta viene citato per la prima volta in un documento del 976.

Spunti videoludici

Lo spunto probabilmente con maggiore potenziale relativo alla chiesetta di Polenta è proprio l’”incontro” tra due personalità di prim’ordine della letteratura italiana, Carducci e Dante, e la fama della vicenda di Paolo e Francesca (da Polenta) nella Divina Commedia. Un videogioco con vocazione letteraria che, per esempio, ricostruisse la vita del Carducci potrebbe ambientare uno dei suoi capitoli proprio nella rurale Polenta, che si trasformerebbe così in un possibile ponte narrativo e ideale verso la figura del Sommo Poeta e la sua opera, in una sorta di passaggio lirico tra la figura storica del Nobel di primo Novecento, quella del padre della lingua italiana, la sua opera “divina” e gli iconici personaggi in essa contenuta.

[Bibliografia]

– Bacchi G., Bacchi S., Polenta. La Pieve, la chiesa, il castello, Imola, La Mandragora, 1996.
– Gatti L., Bertinoro. Notizie storiche, Bertinoro, Accademia dei Benigni, 2003.
– Lombardi F., Pievi di Romagna, Cesena, Il ponte vecchio, 2002.
– Viroli G., Chiese, ville e palazzi del Forlivese, Bologna, Nuova Alfa editoriale, 1999.

[Sitografia]

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[Scheda Film Commission]

Emilia-Romagna Film Commission

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