Pietra Parcellara e Pietra Perduca

Descrizione

Detta anche “il Cervino della Val Trebbia”, la pietra Parcellara è una montagna sita in Val di Trebbia, tra il comune di Bobbio e quello di Travo (e le vicine località di Pietra Parcellara, Brodo, La Pietra di Bobbiano). Dalla sua cima si ha una vista panoramica su tutta la valle, dato che l’altura è uno sperone roccioso che si staglia irregolare dalle colline circostanti (come fosse appunto una gigantesca pietra), nonché delle limitrofe valli di Bobbiano, Luretta, e anche il monte Penice. A poca distanza dalla pietra, raggiungibile anche a piedi, si trova poi un piccolo sperone roccioso denominato “pietra Perduca”: qui si trova edificata una piccola chiesa eremitica, e si ha modo di vedere i cosiddetti “letti dei Santi”, scavati nella roccia.

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Cenni storici

Sul monte, in epoca longobarda, si era formato un castrum monastico che estendeva l’Abbazia di San Colombano di Bobbio, fondata nel 614 dall’omonimo santo. La pietra, che al tempo aveva nome di Prescigliera, ospitò anche la costruzione di un Castello omonimo e di una limitrofa cappella. Il luogo era parte di un più ampio feudo longobardo assieme ai possedimenti di Travo-Caverzago, Murlo, Stazzano, S. Anna della Perduca, S. Andrea, Signano, Fellino, Fiorano, S. Maria, Mezzanello, Pigazzano, Bobbiano, Denavolo, Chiosi, Quadrelli, Scarniago, Statto e Viserano. Il feudo passò in seguito in mano alla famiglia dei Malaspina e nel 1120 venne occupato dai guelfi di Piacenza, durante l’aspro scontro coi ghibellini di Bobbio. I Malaspina rioccuparono l’area resistendo agli attacchi dei nemici. Nel 1155 viene ceduta ai Perducca, che negli anni precedenti hanno fortificato la limitrofa Pietra Perduca. Un secondo attacco dei piacentini porta all’assedio del castello, che costringe dopo alcuni mesi (e la morte del nipote di Oberto da Perducca) la fuga e l’abbandono della fortificazione nelle mani del nemico. Nel 1269 il territorio passa al comune di Piacenza e il castello viene completamente distrutto, senza riguardi per le proteste del vescovo di Bobbio, interessatosi alla salvaguardia del sito. Fino al 1927, quando passeranno al comune di Bobbio, i terreni resteranno a far parte della Contea vescovile di Piacenza.

Focus narrativi

Pietra Parcellara, dal punto di vista geologico, è una porzione serpentinica di mantello terrestre finita sul fondo dell’oceano ligure prima che questo si chiudesse, circa 200 milioni di anni fa, probabilmente a seguito di un olistostroma, cioè una frana sottomarina. Il lembo di mantello è stato allora incorporato, come olistolite, nella formazione geologica che si stava depositando sul fondo. L’azione delle acque e la formazione del rilievo appenninico, assommati alla degradazione meteorica, hanno fatto emergere la massa serpentinica, portandola così in rilievo rispetto all’ambiente circostante. Se di giorno i massicci hanno un colore scuro, al tramonto assumono venature rossastre che donano un grande fascino.

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Hemingway definì la Val Trebbia “la valle più bella del mondo”. Come non pensare che parte del merito non l’avessero anche i due speroni rocciosi, pietra Parcellara e pietra Perduca, che posti l’uno dinnanzi all’altro al centro del meraviglioso scenario collinare sembrano quasi scogli emersi da un letto di onde verdi. Il complesso formato da Pietra Parcellara, Pietra Perduca (le principali), Pietra Marcia e dalle Pietre Nere è il complesso ofiolitico più bello della provincia di Piacenza, nonché il più vicino alla Pianura Padana: il suo isolamento, la sua irregolarità e la contrapposizione tra la dolcezza delle sue colline e l’asperità delle pietre lo rendono tanto affascinante quanto evocativo.

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Il sito che comprende la pietra Parcellara e la pietra Perduca è legato alla sacralità fin da tempi antichissimi. Lo hanno infatti interessato svariati culti, da quelli celto-liguri, risalenti al IV secolo avanti Cristo, a quelli precristiani (che ne furono diretta evoluzione) dedicati alla dea Minerva Medica. Il vescovo Savino iniziò poi un primo processo di cristianizzazione delle aree rurali nel corso del VI secolo. È così che quello che fu il tempio della dea Minerva è diventato in seguito edificio di culto per Sant’Anna, e che la festa annuale dedicata alla santa (poi trasformatasi in una sagra estiva) deriva da vecchi riti comunitari.

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Pietra Perduca, molto più piccola di quella Parcellara, è uno sperone roccioso apparentemente inespugnabile, raggiungibile solo tramite una ripida scalinata. Sulla sommità si trova la chiesetta costruita nel X secolo, assieme ai cosiddetti “letti dei santi”, due spaziose vasche squadrate risalenti probabilmente all’Età del Bronzo. Si dice che le acque di queste vasche non evaporino né ghiaccino, malgrado torride estati o inverni particolarmente rigidi, come se fossero in realtà alimentate da una riserva a temperatura costante di acqua posta sotto il livello del terreno, e mai rinvenuta. Alcuni storici concordano sul riconoscere il sito come luogo di culto celtico, forse dedicato al dio Penn: sono state infatti rinvenute delle nicchie circolari ai lati delle vasche, utilizzate con tutta probabilità per le coppe di olio combustibile cui dar fuoco per fare luce durante i vari riti. Le acque delle vasche erano quindi forse utilizzate da dei cultisti per aumentare la fecondità delle donne, o per purificarne il grembo. Alla fecondità, ritualizzata dai culti celtici, si lega anche la figura della santa cui è stata in seguito dedicata la chiesa: Sant’Anna, moglie di Gioacchino, fu infatti madre per miracolo della Vergine Maria, che concepì pur essendo in età avanzata. Ecco un significativo ponte che collega i rituali pagani, officiati da druidi grazie ad acque magiche, alla cristianità, tracciando un solco invisibile tra le vasche quadrangolari riempite d’acqua e l’edificio sacro che troneggia la scalinata che serpeggia giù dalla pietra. Dentro la chiesa, purtroppo chiusa al pubblico, si dice sia conservata una reliquia preziosa: un masso su cui si vede l’impronta del piede della Madonna.

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Le vasche dei santi sulla Pietra Perduca ospitano due colonie di tritoni crestati, anfibi decisamente delicati e sensibili tanto alle condizioni climatiche quanto alla qualità dell’ecosistema: malgrado l’estrema difficoltà nel mantenere attiva e prolifica una colonia di queste creature, pare che le due vasche fungano da ottimo incubatore naturale.

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Ci si reca spesso alle vasche dei santi per bere da una fontanella o per riempire della sua acqua delle bottiglie da riportare poi a valle. Non solo l’acqua del sito è particolarmente buona, infatti, ma si dice sia anche dotata di poteri curativi. A sincerarsene, in anni recenti, più volte vi si è recato il team di pseudo-scienziati dello “Spazio Tesla”, usando congiuntamente il pendolo e il biometro di Ångström per rilevare le energie sopite emesse dal terreno. Le rilevazioni hanno riportato livelli sorprendentemente di Unità Bovis, cioè vibrazioni che indicano influssi benefici sulla salute.

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I sentieri che collegano Pietra Parcellara e Pietra Perduca formano una specie di anello che richiede diverse ore per essere percorso da cima a fondo.

[Bibliografia]

– Michele Tosi, Bobbio, Guida storica artistica e ambientale della città e dintorni, Bobbio, Archivi Storici Bobiensi, 1978.

[Sitografia]

Piacenzasera.it
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Sentieri d’Autore

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