Pietra di Bologna

Descrizione

La Pietra di Bologna, conosciuta anche come iscrizione per Aelia Laelia Crispis, è un’enigmatica pietra risalente al XVI Secolo. La sua storia è incerta e il suo significato oscuro, tanto da aver spinto nel corso dei secoli numerosi studiosi a interessarsene. A oggi una sua riproduzione, di certo posteriore alla creazione dell’originale, viene custodita al Museo Civico Medievale di Bologna. Non è chiaro quanto il testo sia stato rimaneggiato col passare degli anni: sta di fatto che la sua enigmaticità e il suo fascino restano tutt’oggi intatti. Al centro delle varie chiavi interpretative del testo, infatti, ipotesi alchemiche o esoteriche, tali da spingere anche personalità eminenti come quella di Carl Gustav Jung a occuparsene.

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Cenni storici

Scolpita nel XVI Secolo per volere di Achille Volta, Gran Maestro dei Cavalieri Gaudenti, la pietra era situata nel Complesso di Casaralta, sede dello stesso ordine. Ne scrisse per primo, nel 1567, il belga Giovanni Torre, ospite al Complesso, trascrivendo il testo e commentandolo in una corrispondenza con un collega inglese. Col tempo divenne illeggibile per l’usura degli anni e fu ricopiata, con la massima fedeltà, dal nipote di Volta, anch’esso chiamato Achille. Quando Casaralta fu distrutto durante la Seconda guerra mondiale, nel 1943, la lapide fu spostata, del tutto incolume, e posta nel Lapidario del Museo Civico Medievale, dove tutt’ora può essere visitata. Fu restaurata nel 1988.

Focus narrativi

La lapide è scritta in lingua latina, e recita: “D M / Aelia Laelia Crispis / Nec vir nec mulier nec androgyna / Nec puella nec iuvenis nec anus / Nec casta nec meretrix nec pudica / sed omnia / sublata neque fame neque ferro neque ueneno / Sed omnibus / Nec coelo nec aquis nec terris / Sed ubique iacet / Lucius Agatho Priscius / Nec maritus nec amator nec necessarius / Neque moerens neque gaudens neque flens / Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum / Sed omnia / Scit et nescit cui posuerit”, cioè: “D. M. Aelia Laelia Crispis / né uomo, né donna, né androgino / né bambina, né giovane, né vecchia / né casta, né meretrice, né pudica / ma tutto questo insieme. / Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno, / ma da tutte queste cose insieme. / Né in cielo, né nell’acqua, né in terra / ma ovunque giace / Lucio Agatho Priscius / né marito, né amante, né parente, / né triste, né lieto, né piangente, / questa né mole, né piramide, né sepoltura, / ma tutto questo insieme / sa e non sa a chi è dedicato”.
Si dice che inizialmente, prima della riscrittura di Achille Volta, sulla lapide comparissero tre ulteriori versi: “Hoc est sepulchrum intus cadaver non habens / Hoc est cadaver sepulchrum extra non habens / Sed cadaver idem est et sepulchrum sibi”, cioè “Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma / Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro / ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa”.

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Per la sua cripticità, la Pietra ha attirato a sé numerosi studiosi nel corso dei secoli, ed è stata citata innumerevoli volte in altrettanti scritti. Svariati i tentativi di interpretazione o decrittazione, che si sono basati di volta in volta su anagrammi o indagini storiche, raffronti simbolici o complessi approfondimenti esegetici. Tra questi citiamo anzitutto tre interpreti principali dell’iscrizione: Richard White, che risolse l’enigma della lapide individuandovi una dedica a Niobe, divinità greca; Ulisse Aldrovandi, scienziato bolognese, che ipotizzò invece che fosse dedicata a una ninfa amadriade, cioè legata all’albero di quercia; Michelangelo Mari, che propose come risposta l’acqua piovana. Nel XVII Secolo Emanuele Tesauro scrisse che la lapide “sarebbe bastata da sola alla fama di Bologna”, opionione che vide concorde nel XIX Secolo Serafino Calindri, storiografo illustre, che scrisse “celebre ed insigne sarebbe stata Bologna se altro ancora non avesse avuto e contenuto in se stessa, che questa enigmatica lapide”.

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Nel suo Misterium Coniunctionis, fondamentale testo per gli studi sull’alchimia, Carl Gustav Jung cita una quarantina di commentatori diversi e si sofferma poi, dopo aver fornito una sua traduzione, sull’interpretazione fornita da Mari, Barnaud e Maier in chiave critica. Egli sostiene infatti che la lapide altro non sia che un nonsense paradossale, tanto evocativo efficace quanto privo di significato, posto in forma di enigma proprio al fine di suscitare nel lettore reazioni precise, riflesso del suo modo di vivere e della sua esperienza personale. La Pietra di Bologna, secondo Jung, sarebbe quintessenza e rappresentazione dell’illogico dell’enigma, strumento designato per la proiezione di significati e cortocircuiti inconsci o subconsci, animati dal fruitore. Posto dinnanzi all’enigma, questi si troverebbe trascinato al cospetto della propria soggettività, chiamata a giocare con un paradosso, e così a riconoscersi e specchiarsi.

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Per quanto il sospetto più diffuso è che la Pietra altro non sia che uno sberleffo, gli sforzi dei vari interpreti l’hanno vista arricchirsi di variegati e affascinanti significati: tra cosmologia, filosofia ed esoterismo si è arrivati a pensare addirittura che questa celasse la chiave per la sintesi della pietra filosofale. Se accreditassimo questa versione, sarebbe in grado di gettare una luce sinistra sull’operato di tutti i Cavalieri Gaudenti, gettando sulla confraternita un alone di misticismo e segretezza tale da farlo somigliare a una setta.

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Franco Bacchelli, nel suo Un enigma bolognese (vedi bibliografia), cita una settantina di interpreti e studiosi che si sono occupati della Pietra. La sua opinione è però che la lapide sia il frutto dell’interesse cinquecentesco per i falsi epigrafici, mutuato dall’Accademia Romana e dall’Accademia dei Vignaioli (entrambe interessate all’arte antiquaria ed epigrafica). Grazie a lui la creazione della pietra viene attribuita a Volta, che avrebbe fatto ritrovare nella sua proprietà il prezioso ed enigmatico oggetto, in modo tale da riceverne lustro.

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Altra ipotesi di vari studiosi è che la lapide sia effettivamente dedicata a una persona realmente esistita. Tra questi, nel 1683 Carlo Cesare Malvasia analizza approfonditamente l’opera e vi individua il riferimento a una certa Aelia Laelia Crispis, giovane donna morta a causa di un aborto. Rilevante anche l’ipotesi di Francesco Mastri, che nel 1702 scrive della presunta Aelia come di un ermafrodita, innamorato perdutamente di Lucio Agato Priscus, e morto suicida dopo una lunga storia d’amore tormentata da innumerevoli tradimenti.

Spunti videoludici

Un testo misterioso ed evocativo come quello della Pietra di Bologna rimanda subito ai racconti di fantasia ambientati però su uno sfondo storico realistico, come ad esempio quelli di Dan Brown. Ecco che i preziosi segreti della lapide, complice lo scorrere inesorabile del tempo, che ne ha smarrito dei pezzi, e la sua riscrittura, che potrebbe averne modificato o omesso delle parti, potrebbero essere al centro di una ricerca della verità serrata e affascinante, dai risvolti oscuri. Il collegamento con la Seconda guerra mondiale, che ha lasciato l’opera misteriosamente intatta, potrebbe fornire un appiglio ulteriore per un racconto che attraversi i secoli.
Altra ipotesi per un videogioco potrebbe riguardare il testo della Pietra in sé, senza il riferimento esplicito alla sua appartenenza o al contesto storico originario. Le parole così misteriose incise sulla lapide potrebbero fungere da profezia, da introduzione, da inquietante mantra per introdurre il giocatore in un mondo astratto, popolato da personaggi ambigui e costellato di misteri. La possibilità di interpretazioni offerta dalla Pietra non può che rimandare ai mondi inquietanti, ma ermetici e indefiniti, del recente filone soulslike.

[Bibliografia]

– Nicola Muschitiello (a cura di), Aelia Laelia. Il mistero della Pietra di Bologna, Bologna, Nuova Alfa, 2000.
Maurizio Agostini, Aelia Laelia Crispis, l’enigma della pietra, Pendragon, 2011.
Franco Bacchelli (a cura di), Un enigma bolognese. Le molte vite di Aelia Laelia Crispis, Bologna, 2000.

[Sitografia]

Musei di Bologna 
Galleria dell’Accademia Cosentina
Aelia Laelia Crispis.com

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