Museo di Storia della Psichiatria

Descrizione

Il Museo di Storia della Psichiatria di Reggio Emilia si trova all’interno dell’Ospedale San Lazzaro nel padiglione dedicato all’antropologo criminale Cesare Lombroso. Aperto al pubblico nel 2012, il museo si snoda tra le stanze del padiglione destinato alla sezione criminale, costruita a seguito delle disposizioni previste dalla legge 36 del 14 febbraio 1904. La natura “criminale” del padiglione Lombroso è visibile ancora oggi in quanto sono stati conservati gli interni, parte della dotazione originale e persino i graffiti realizzati dai pazienti nelle loro celle . La collezione esposta è varia e si compone di antichi strumenti di terapia e contenzione ma anche strumenti di lavoro e opere artistiche realizzate dai pazienti, tra i quali vi fu anche il pittore Antonio Ligabue.

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Cenni storici

L’edificio che ospita il Museo, come detto, è parte del complesso dell’Ospedale psichiatrico San Lazzaro, istituzione nata nel Cinquecento in un’area che nel Medioevo era stata luogo di quarantena per gli appestati, poi ospizio per indigenti, infine ospedale per malati di mente o Casa de’ pazzi del ducato degli Este, funzione quest’ultima che mantenne fino alla definitiva chiusura dei manicomi negli anni Settanta.
Dopo un periodo di abbandono, il padiglione Lombroso è divenuto sede del Museo accogliendo la collezione di antichi dispositivi di cura e contenzione che Carlo Livi aveva iniziato a raccogliere durante la direzione dell’ospedale dal 1873 al 1877.

Focus narrativi

Nel 1821 Francesco IV d’Este affidò la direzione della Casa de’ pazzi del Ducato al medico Antonio Galloni che diede inizio all’opera di ammodernamento della struttura sia dal punto di vista architettonico che della gestione dei pazienti: accanto alle pratiche di contenzione fisica dei malati di mente, fino ad allora esclusiva tecnica di gestione dei pazienti affetti da malattia mentale, Galloni introdusse momenti di terapia morale (da poco introdotta da Philippe Pinel) dando ai pazienti orari regolari e attività lavorative, culturali e ricreative. Galloni iniziò anche un’opera di collocazione dei pazienti dividendoli in base al sesso e alla natura dei loro disturbi. Sotto la direzione del Galloni, il San Lazzaro divenne un ospedale per malati mentali molto noto in ambiente europeo. Nel 1855 il direttore morì lasciando il posto a Luigi Biagi, sotto la cui direzione le condizioni di vita dei pazienti subiscono un progressivo peggioramento interrotto solo dalle dimissioni di Biagi e dall’arrivo di Ignazio Zani e poi di Carlo Livi.

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Sotto la direzione di Zani e, soprattutto, di Carlo Livi (dal 1873 al 1877) avvengono importanti cambiamenti, mossi dallo spirito positivistico del medico toscano: l’ergoterapia, l’impiego nel lavoro agricolo, artistico e nell’artigianato unito con la possibilità di vivere in un ambiente sereno vengono posti al centro della pratica terapeutica. Con Livi il San Lazzaro diventa anche un centro di ricerca psichiatrica dotandosi anche di una biblioteca, un museo craniologico e un “museo di anticaglie” nel quale il medico raccoglie testimonianze degli antichi strumenti di terapia e contenzione psichiatrica. A Livi si deve anche l’organizzazione del materiale documentario (sia clinico che burocratico) dell’ospedale. Il ricco patrimonio archivistico che ne è derivato consente di raccontare sia la storia della struttura, sia la storia privata dei pazienti nelle cui cartelle sono contenute informazioni cliniche ma anche lettere, poesie, disegni.

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La direzione di Augusto Tamburini (1877-1907) coincide con l’affermazione dell’ospedale San Lazzaro quale centro all’avanguardia in Italia e in Europa. L’ospedale apre le porte a convegni e visite guidate (tra i visitatori c’è anche Giosuè Carducci) e riceve premi illustri come la Medaglia d’oro per l’Economia sociale, igiene e assistenza pubblica all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. A questo periodo risale l’inizio dell’uso della pratica fotografica per documentare i disturbi, testimoniata dalla presenza di circa 1500 ritratti dei degenti raccolte in album tematici.

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La Grande Guerra è un periodo di grande attività per l’ospedale psichiatrico che si trova non solo a sostenere un cospicuo aumento degli internati (dai 1246 del ‘13 ai 2150 del ’19) ma anche a verificare le reali condizioni patologiche dei soldati: chi fingeva, così come chi veniva riabilitato, doveva ritornare in guerra.

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Nel corso della Seconda guerra mondiale il San Lazzaro fu più volte bombardato, le vittime furono circa un centinaio.

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L’attività artistica era una forma espressiva molto dai pazienti: fanno parte della collezione del museo più di 8000 opere sia figurative che scultoree oltre ai graffiti realizzati dai pazienti nelle celle e nelle mura esterne. Tra i pazienti artisti c’è, ad esempio, Federico S., originario del Trentino che rimase internato a Reggio Emilia fino alla sua morte, avvenuta nel 1903, e che comunicava con i gli altri pazienti proprio attraverso i disegni.

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Fra gli anni Trenta e gli anni Quaranta fu internato al San Lazzaro per tre volte anche il celebre pittore Antonio Ligabue.

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Nel 1921 venne istituita la colonia-scuola per bambini oligofrenici “A. Marro” e dotata di personale scolastico sotto la direzione di Maria Del Rio Bertolani. Fu sua l’idea di creare un laboratorio di artigianato che prese il nome di Ars Canusina e i cui lavori vennero esposti e premiati alla Fiera del Levante del 1932.

Spunti videoludici

La malattia mentale è, forse, il topos videoludico per eccellenza. Il tema è ricco di suggestione ed è stato variamente esplorato, opere di toccante delicatezza come The Town of Light. Laddove nel titolo di LKA si esplorava un luogo abbandonato, un’opera videoludica ambientata al San Lazzaro avrebbe dalla sua la possibilità di partire dalle molte testimonianze raccolte e conservate al suo interno. Il Museo può essere di grande utilità nella duplice veste di fonte e luogo: fonte sia visiva che documentale e luogo per la ricchezza di Storia, collettiva e individuale, della quale è testimone.

Le opere dei pazienti aprono inoltre squarci affascinanti sulle persone che hanno abitato quelle stanze: sono riflessi di umanità, tracce di condizioni di vita difficili e incomprese. Ogni opera apre a sua volta nuovi percorsi; sono luoghi nel luogo, non-luoghi da esplorare.

[Bibliografia]

– Bertolani Del Rio M., Le vicende storiche dell’Istituto psichiatrico di S. Lazzaro di Reggio nell’Emilia, Reggio Emilia, Poligrafica reggiana, 1954.
– Lalli P., Immagini dal manicomio: le fotografie storiche del S. Lazzaro di Reggio Emilia, 1892-1936, Reggio Emilia, AGE grafico-editoriale, 1993.
– Secchi C., Cinema e follia: catalogo sulla malattia mentale, Centro di documentazione di storia della psichiatria San Lazzaro, Reggio Emilia, Rimini, Guaraldi, 2007.

[Sitografia]

Aspi – Archivio storia della psichiatria
Musei Civici Reggio Emilia

[Scheda Film Commission]

Emilia-Romagna Film Commission

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