Descrizione
Le miniere di Ingurtosu fanno parte del sistema minerario sardo, storicamente sfruttato da ogni popolazione di stanza sull’isola. Un vero e proprio borgo, costruito tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, si estese attorno alle miniere. Il borgo fu abitato da quasi cinquemila persone, fino alla chiusura degli stabilimenti avvenuta negli anni ’60. A oggi è di fatto un borgo fantasma.
Focus narrativi
La scoperta delle miniere si deve in realtà attribuire ad
un prete di Guspini, che diceva di recarsi nella zona per raccomandare le anime dei fedeli, ma che in realtà scavava e fondeva illegalmente il minerale galena.
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Il
palazzo della direzione, edificato parallelamente agli alloggi dei minatori, è una struttura imponente costruita in granito arburense e denominata “Il castello” per lo stile bavarese che ricalca quello del castello Wartburg di Eisenach (Turingia, Germania), costruito in omaggio all’originale dall’ingegnere tedesco Bornemann.
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Il
villaggio è semidiroccato e per lo più disabitato. L’ultimo censimento ha contato soltanto
nove abitanti residenti.
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Una delle teorie sull’origine del nome del sito fa risalire “Ingurtosu” al termine gurtugiu,
un avvoltoio che si dice popolasse la zona.
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Non deve stupire la presenza di
un ospedale vicino alla miniera: frequenti erano infatti gli incidenti di lavoro che, lungo tutto il periodo che va dalla fine dell’800 ai primi anni del ‘900, evidenziano le condizioni di sfruttamento in cui versavano gli operai, malpagati e in condizioni di sicurezza giudicate spesso insufficienti. Ciò diede vita parecchie volte a scioperi o proteste di vario genere.
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A Ingurtosu è legata la personalità di
Thomas Alnutt Brassey, un
lord inglese che acquisì la direzione della miniera. Alla fine dell’800 la gestione dei pozzi passò prima ad una società francese e in seguito ad una inglese, sotto la guida del Lord, a cui si devono le migliorie apportate al villaggio. Con la sua morte, investito a Londra da una carrozza, termina il periodo più florido sia per la miniera che per il villaggio.
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I
materiali estratti dalla miniera venivano trasportati a bordo di carrelli o
piccoli vagoni (ancora oggi visibili) lungo rotaie e gallerie
fino alla spiaggia. Il percorso dei binari è suggestivo, attraverso le dune vive di sabbia tra le più alte d’Europa: «alte anche cinquanta metri, le dune di sabbia bianchissima con motivi di tinte rosate, si alternano ad altre già consolidate, ricoperte di splendidi ginepri. Maestoso a vederlo dal basso, questo anfiteatro di dune morte e viventi si innesta a monte, con una cerniera frastagliata, alle colline alberate o coperte di verdissima macchia mediterranea» (
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Sardegna)
Fonti e link
[Bibliografia]
F. Fresi, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Sardegna, Newton Compton Editore, Roma, 2015.
Mezzolani S., Simoncini A., Paesaggi ed architetture delle miniere in Sardegna da salvare, volume XIII, Sassari, 1993.
Mezzolani S., Simoncini A., Storie di miniera, Unione sarda, Cagliari, 1994.
[Sitografia]
Pro Loco Arbus
Arbus
Sardegna Turismo
Miniera di Montevecchio
Sardegna Miniere
[Scheda Film Commission]
Sardegna Film Commission