Descrizione
Massa Finalese è una frazione del comune di Finale Emilia, in provincia di Modena e a soli 35 km dal capoluogo. Luoghi d’interesse della frazione sono il casino del Vescovo, villa rinascimentale appartenuta al Vescovo di Modena e poi passata nelle mani di varie famiglie nobili; e il Castello del Carrobio, fortificazione turrita dal grande impianto scenografico. La frazione racconta numerose storie, dalla contesa tra la famiglia d’Este e i Pico della Mirandola al più recente terremoto del 2012, e ben si presta a rappresentare il territorio della Bassa Modenese e la sua storia, ivi comprese le personalità di spicco che l’hanno plasmata.
Focus narrativi
Il
Castello del Carrobio è un palazzo neogotico costruito tra il 1898 e il 1900 da Vittorio Sacerdoti, ambasciatore del Regno d’Italia e conte di Carrobio. Il maestoso complesso di edifici sorge al limitare del terreno abitato di Massa Finalese, e comprende un vasto parco e un viale alberato di tigli. Tale viale era l’ingresso d’onore per i nobili ospiti del conte, e si apriva sul parco ricco di siepi, querce, magnolie, cedri in fiore. L’ispirazione del castello fu la rocca tedesca di Tobitschau, oggi Tovačov in Repubblica Cieca, che apparteneva al cognato di Vittorio Sacerdoti. Obbiettivo del facoltoso conte era quello di avere una residenza di rappresentanza che potesse servire a ricevere nobili o altri ospiti e a dare feste, oltre che di dare alla moglie Elena von Gutmann una residenza che non le facesse rimpiangere i soggiorni in Boemia durante la permanenza. Il Castello fu ampliato nel 1914 su direzione di Ettore Tosatti. L’ampliamento fu di due ali aggiunte al corpo centrale: l’ala est di rappresentanza e quella ovest, che aveva funzioni private (stanze da letto, bagni e così via).
Sacerdoti, oltre a essere un conte, era anche un ebreo, fatto che gli causò non pochi problemi durante la
Seconda guerra mondiale. A causa della sua discendenza, il conte si vide allontanato dal castello, che fu sigillato dai
nazisti. Questo malgrado la scelta di Sacerdoti, in vista della promulgazione delle leggi raziali, di farsi ribattezzare con nome Carrobio di Carrobio nel 1941. Finita la guerra il castello passò in mano a Primo Stefanelli, proprietario della
Rocchetta Mattei, che volle trasformarlo in una casa di riposo. Questo non accadde mai a causa di lunghe procedure burocratiche che ritardarono all’infinito l’acquisizione dei permessi necessari, e il Castello non poté che nel tempo cadere in rovina. Nel 1990 i Folchi lo acquistarono e restaurarono.
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Il
gusto neogotico del castello e la sua estetica impressionante fin da subito rischiarono di trarre in inganno gli storici. Gli valsero, già nel 1903, una menzione in una lettera indirizzata ad Alessandro Spinelli, direttore della Biblioteca Estense di Modena, in cui viene definito come “costruzione recente, sorto 4 o 5 anni orsono dalle fondamenta, fatto edificare dai Sacerdoti, copiando in minori proporzioni un Castello che il fratello della di lui moglie possiede in Germania (…) Ti avverto di tutto questo perché se tu intendi occupartene come di cosa storica, badi di non prendere una cantonata”. Estraneo al gusto della Bassa Modenese del tempo, il castello incuriosiva non poco appassionati e curiosi italiani.
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La
facciata sud del castello di Carrobio si rifà al
gotico veneziano ed è strutturata su una simmetria ascensionale. Il gusto eclettico si riflette nell’accostamento dei due paesi d’origine dei proprietari, Venezia e l’Austria, che genera in questo modo un effetto visivo abbastanza atipico per l’architettura del tempo. Lo
stemma dei Sacerdoti è ben visibile: due mani verso l’alto con dita congiunte due a due; e doveva comparire anche nei mobili più importanti all’interno della struttura, purtroppo andati perduti. Degli arredi originari del palazzo non resta infatti quasi nulla: dopo che il conte di Carrobbio perse la proprietà del castello, e questo venne diviso tra i figli Mario, Lucia e Renza, si succedettero per anni episodi di vandalismo e incuria.
La struttura del Castello ruota attorno a una corte chiusa e si divide in due zone, una di rappresentanza e l’altra a uso privato. Quella di rappresentanza accoglie gli ospiti nel Salone Impero, dirimpetto all’ingresso, con ampie finestre, che introduce a sua volta in una serie di sale che portano il nome dello stile con cui erano affrescate: Impero per l’aquila imperiale; Gotica per il recupero dello stile gotico veneziano; quindi biblioteca all’inglese e sala da pranzo con grandi soffitti cassettonati; Salone da ballo Veneziano che si apre sul loggiato interno. I due appartamenti privati nell’altra ala (Bianco e Giallo) sono distribuiti su una pianta simmetrica. In tutto il castello regna il gusto eclettico, tanto nella resa estetica degli ambienti all’esterno quanto nell’arredamento.
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Il Castello di Carrobio è stato utilizzato nel 1977 come
set cinematografico per il film
Tutti defunti… tranne i morti di Pupi Avati. Al centro della trama, un protagonista (Dante) intento a vendere libri incentrati sulle leggende riguardanti famiglie nobili dell’Emilia-Romagna. Giunto al castello Zanotti, ovvero quello di Carrobio, scopre che il Marchese Ignazio ha perso la vita proprio questa mattina, e viene quindi coinvolto in una serie di delitti. Il film seguì il successo de
La casa dalle finestre che ridono, anche quello girato in Emilia-Romagna, a Villa Boccaccini (vicino a Comacchio), che consacrò Avati nel panorama italiano.
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Nel 2012, Massa Finalese fu epicentro dei
terremoti che colpirono tutta l’Emilia. La chiesa di San Gemignano, patrono della frazione, fu duramente colpita, così come il Castello del Carrobio. I danni al campanile della chiesa sono stati arginati grazie all’applicazione a posteriori di alcune guide di metallo, che sono servite a mantenere intatta la struttura e a prevenirne il collasso.
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Il
casino del Vescovo è una
villa di origini rinascimentali che appartenne al Vescovo di Modena. A oggi viene utilizzata per ospitare eventi come feste o matrimoni, e ha mantenuto nel tempo l’originario impianto cinquecentesco. È un raro esempio di casa padronale dalle linee architettoniche piuttosto sobrie, di evidente derivazione dallo stile ferrarese. La pianta dell’edificio è semplice e a pianta rettangolare, e comprende una torre indipendente a livello di pianta ma integrata esteticamente all’edificio principale grazie alla tessitura muraria. All’esterno il casino appare austero, sobrio, mentre all’interno più ricco. Dentro e fuori creano in questo modo un certo contrasto, da pulizia e rigore esterna a opulenza interna.
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Nell’aprile 1945, dopo la liberazione dei partigiani di Modena e gran parte dei territori circostanti, le
Brigate Nere vollero lasciare un segno profondo sulle terre che, secondo loro, erano colpevoli di aver tradito la svastica e il fascio. Le ripercussioni dei nazisti, tanto su Finale Emilia che sul territorio di Massa Finalese, si sostanziarono nell’omicidio di un ragazzo colpevole di aver rivolto loro delle offese, e due fratelli colpevoli di essersi trovati “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, ovvero durante l’inseguimento di un finalese reo di aver ucciso commilitoni nazisti. Ultima vittima Umbero Mantovani, ‘passatore’ tra le rive del Panaro, che fu ucciso a seguito della richiesta della sua barca per la fuga dagli Alleati. Questi rifiutò, ma solo perché altri tedeschi già se ne erano impadroniti in precedenza. Non creduto, fu ucciso in prossimità di casa sua.
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Renzo Carrobio di Carrobio, figlio di Vittorio Sacerdoti, fu salvato dall’arresto dei tedeschi da Don Richeldi. Ne parla lui in un’intervista a Maria Pia Balboni (Bisognava farlo: il salvataggio degli ebrei internati a Finale Emilia, p. 95):
“L’avvocato (…) che era di Massa, mi ha detto: “il commissario sta andando alla stazione per arrestare il conte di Carrobio”. Allora mandai di corsa un suo contadino a Cavezzo, dove c’era il cambio del treno. “Dica al conte Renzo che non venga a Massa, perché è ricercato. Gli dica di salire invece sul treno per Meldolla, e di andare in canonica”. E là andò a finire. Poi il conte mi mandò a dire, sempre tramite il contadino: “Sei pregato di andare al castello, poi di insaccare tutto ciò che troverai in quel cassetto particolare. Butta dentro tutto, e basta”. Il castello però era stato sigillato dai tedeschi. Allora andai dal maresciallo. “Ma come!” gridò, quando gli spiegai cosa bisognava fare. “Maresciallo, lei venga al castello con me, e tolga i sigilli”. Beato, si chiamava il maresciallo. Poi io e la figliola del contadino siamo andati nello studio del conte; abbiamo aperto la finestra che dava verso il bosco, così se succedeva qualcosa saltavamo fuori da lì. Insaccammo tutto, tornammo fuori e il maresciallo rimise i sigilli. Mentre noi eravamo dentro agli uffici dell’amministrazione, i tedeschi andarono a controllare se i sigilli erano a posto. Poi quel sacco il contadino lo portò in canonica a Meldolla al conte, che poi scappò verso l’alta Italia.