Grande Galleria dell’Appennino

Descrizione

La Grande Galleria dell’Appennino si trova all’interno della linea ferroviaria che collega le città di Firenze e Bologna per “Direttissima”. La Galleria è stata assunta come simbolo di progresso e vanto italiano per l’avanguardia e l’audacia degli scavi negli anni ‘30, ma è stata teatro di atti di terrorismo tristemente noti tra gli anni ‘70 e ‘80. Oggi è affiancata e rinforzata dalla linea ad Alta Velocità.

Location

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Cenni storici

La Grande Galleria dell’Appennino fu inaugurata nel 1934, dopo che il 5 dicembre 1929 era stata già celebrata la caduta dell’ultimo diaframma dall’Arcivescovo di Bologna nella Stazione di precedenze, unico posto di blocco sotterraneo del tracciato. I lavori di scavo cominciarono nel 1920 e partirono effettivamente nel 1923; ci vollero ben 11 anni, tre cantieri e la costruzione ad hoc di un centro abitato per gli operai per terminare la grande infrastruttura.

Focus narrativi

La Grande Galleria dell’Appennino, con i suoi 18.507 m è, ad oggi, la 16^ più lunga del mondo. All’epoca della costruzione era invece la 2^, superata per 1300 m soltanto dalla Galleria del Sempione.

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Una delle Stazioni più famose è la Stazione di Precedenze, che si trova a metà della linea ferroviaria, quasi equidistante dall’ingresso nord e dall’ingresso sud. Il servizio di trasporto passeggeri rimase attivo fino agli anni Sessanta: per scarsità di traffico e motivi di sicurezza venne poi soppresso e impresenziato. Oggi è un Posto di Comunicazione delle Ferrovie.

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Contestualmente alla costruzione della Stazione di Precedenze venne edificato il centro abitato di Ca’ Landino per gli operai che avrebbero lavorato al cantiere sotterraneo. Il piccolo borgo fu popolato da centinaia di operai nel periodo di scavo e costruzione; essi abitarono in lunghe baracche di legno e muratura. Nel 1956 furono alloggiati qui circa 1000 profughi provenienti dall’Ungheria, in seguito all’insurrezione del 1956 (in cui si calcola siano stati circa 250.000 gli ungheresi a lasciare il proprio Paese).
Oggi la frazione di Ca’ di Landino è disabitata e assume le sembianze di un borgo fantasma.

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La Stazione di Precedenze, una volta inaugurata l’intera linea, era raggiungibile in modo pratico dai passeggeri grazie alla funicolare: una volta che questa fu dismessa però, gli operai e i passeggeri, per salire e scendere dai convogli all’abitato di Ca’ Landino utilizzarono delle scalinate inclinate di 27° e ben 1863 scalini. La salita richiedeva circa un’ora di tempo!

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Nei cantieri della Direttissima persero la vita 99 lavoratori, oggi ricordati da due lapidi nel piazzale della Stazione di Prato. Le cause dei tragici avvenimenti furono soprattutto dovute alle condizioni di lavoro tutt’altro che tutelate, alle fuoriuscite di gas grisù che, nonostante alcuni accorgimenti, provocarono vari incendi, esplosioni e frequenti sospensioni e rallentamenti dei lavori.

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La notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 si verificò la Strage dell’Italicus, attentato terrorista di stampo neofascista ricondotto a Ordine Nero. Persero la vita 12 persone e 48 rimasero ferite. L’ordigno esplose a 50 metri dall’uscita della galleria nei pressi di San Benedetto Val di Sambro. In mezzo alle fiamme si distinse la figura del ferroviere Silver Sirotti, che si lanciò tra le fiamme nel tentativo di salvare la vita di alcuni passeggeri, ma perse la vita. Sul treno sarebbe dovuto salire anche l’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro, il quale venne però trattenuto in stazione per la firma di alcuni documenti e prese uno dei treni successivi.

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Il 23 dicembre 1984 un’altra bomba esplose su un treno di passaggio lungo la Galleria, stavolta all’interno, rendendo ancora più forte l’effetto della detonazione: nel rapido 904 morirono in 17 e i feriti furono più di 250. In qualità di mandanti di questo attentato furono condannati Giuseppe Calò, noto esponente di Cosa Nostra, conosciuto come “il cassiere” della Mafia e vennero a galla diversi collegamenti con la loggia massonica P2, il terrorismo neofascista e la Banda della Magliana. La tesi più accreditata vuole che l’attentato fosse una risposta al maxiprocesso intentato ai boss di Cosa Nostra, poi svoltosi due anni dopo, nel 1986.

Spunti videoludici

La location offre anzitutto uno spunto per gli amatori dei treni: da sempre il luogo è stato infatti molto gettonato tra gli appassionati di modellismo, che hanno intravisto il carattere unico della Stazione di Precedenze. Dal punto di vista videoludico, un simulatore sulla scia di Train Simulator potrebbe fornire diverse suggestioni di guida.
La galleria raccoglie al suo interno parte della storia d’Italia dei cosiddetti anni di piombo. Ancora oggi si fatica a riempire i vuoti di un periodo buio del nostro Paese, che ha condotto alla morte di numerosi civili in diverse stragi. Si intrecciano la politica e le organizzazioni criminali ed eversive, il terrorismo di destra, la P2, i servizi segreti deviati e le mafie. Il tutto concorre allo sviluppo narrativo di un videogioco capace di dire la sua sulla storia e riportare a galla verità celate e segreti taciuti, come il lavoro che ultimamente è stato realizzato ad esempio in Venti mesi o in 1977: Radio Aut; giochi che dimostrano che il medium videoludico, come il documentario e il cinema d’inchiesta, è capace di realizzare prodotti validi anche solo per il recupero di una testimonianza di giustizia.

[Bibliografia]

– G. Giudicini, Cose notabili della città di Bologna ossia storia cronologica dei suoi stabili sacri, pubblici, privati, Bologna, Forni, 1972.
– Giorgio Bocca, Gli anni del terrorismo, Roma, Armando Curcio Editore, 1989.
– A.Beccaria, G.Gazzotti, G.Marcucci, C. Nunziata, R.Scardova, Alto tradimento, Roma, Castelvecchi, 2016.
– Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.

[Sitografia]

Biblioteca Salaborsa – Ca’ Landino
Biblioteca Salaborsa – Incidenti nel cantiere
Sito del Senato – Foto del discorso inaugurale
Istituto Luce – Cinegiornale del 01/1929
Foto della Galleria – Edizioni Artestampa
Strage al treno Italicus – Documentario Rai
Strage del Rapido 904 – Documentario “La Storia siamo noi”

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