Galleria degli Uffizi

Descrizione

Le Gallerie occupano il primo e il secondo piano di un complesso architettonico progettato da Giorgio Vasari, voluto dalla famiglia de’ Medici al fine di accogliere nuclei amministrativi del florido commercio fiorentino. Nel progetto del Vasari, l’edificio avrebbe costituito un elemento scenografico in grado di dare risalto al vicino Palazzo Vecchio. Realizzato in pochi mesi, cinque anni dopo l’inizio dei lavori, il Corridoio Vasariano permetteva ai nobili regnanti di recarsi dal suddetto Palazzo, sede del governo, alla propria residenza privata in Palazzo Pitti, passando attraverso gli Uffizi e Ponte Vecchio in sicurezza. Sede espositiva di oltre 5’000 opere tra dipinti, sculture e disegni, gli Uffizi attraggono ogni anno oltre 2 milioni di visitatori da tutto il mondo, meritando un posto stabile tra i musei più frequentati d’Italia.

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Cenni storici

L’edificio che avrebbe ospitato le Magistrature per volere del primo Granduca di Toscana, Cosimo I de’ Medici, vide l’apertura del cantiere nel 1560, con la demolizione di costruzioni preesistenti e la trasformazione del malfamato rione di Baldracca, che prendeva il nome dall’omonima taverna. La prima versione del complesso ospitava le Magistrature al pianterreno, uffici amministrativi e prestigiosi laboratori al primo piano, e una loggia aperta al secondo. Nel 1565, in vista del matrimonio tra Francesco I e Giovanna d’Austria, venne richiesto al Vasari di realizzare un camminamento che collegasse gli Uffizi a Palazzo Pitti, e dopo meno di sei mesi la corte ebbe il suo corridoio privato, aperto al pubblico solo dal 1865. Vasari non vide la sua intera opera completa, in quanto morì nel 1574 e gli successero gli architetti Parigi e Buontalenti, all’ultimo dei quali spettò la conclusione dei lavori. Fu il successore di Cosimo I, il Granduca Francesco I, a volere le Gallerie per ospitare una nutrita collezione di statuaria antica, busti e tesori. Nel 1587, il Granduca Ferdinando I de’ Medici volle trasferire nella Galleria due serie di dipinti tra cui l’Aulica, costituita dai ritratti di famiglia. Nel 1737, a ridosso della cessione dei domini medicei ai Lorena, venne stabilita una Convenzione che sanciva l’inalienabilità della collezione d’arte medicea, legandola a Firenze. Si deve al Granduca Pietro Leopoldo di Lorena l’apertura del museo al pubblico nel 1769, e a Leopoldo II la richiesta dei 28 ritratti marmorei di importanti nomi toscani, collocati nelle nicchie esterne dell’edificio tra il 1842 e il 1856.

Focus narrativi

Il Corridoio Vasariano, costruzione unica nel suo genere, si snoda per poco meno di un km tra le strade e i palazzi di Firenze. Vi si accede dal corridoio di Ponente degli Uffizi, per poi “sorvolare” in tutta segretezza l’Arno su Ponte Vecchio, dal quale al tempo orafi e gioiellieri sostituirono il mercato della carne, affinché i Duchi non si disgustassero. Il percorso supera poi Torre de’Mannelli, attraversa la Chiesa di Santa Felicita, affacciandovisi, per sboccare infine nel Giardino di Boboli, presso la Grotta di Buontalenti. Durante il percorso si ha la possibilità di cogliere visuali del capoluogo toscano indubbiamente privilegiate, al contempo affascinanti e strategiche: decisamente comodo per i primi regnanti che ne goderono, non ancora certi dell’approvazione popolare nei loro confronti.

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La Tribuna ottagonale, progettata dall’architetto Buontalenti, fu la prima area delle Gallerie dedicata unicamente all’esposizione di opere d’arte. Fu voluta da Francesco I de’ Medici nel 1584, e consentì a un pubblico maggiore di fruire la collezione del Granduca, che fino a prima poteva essere ammirata unicamente da suoi pochi intimi, trovandosi nel suo Studiolo a Palazzo Vecchio. Struttura, decorazione e arredamento della sala ne fanno una rappresentazione del cosmo di ispirazione alchemica: aria e acqua sono simboleggiate rispettivamente dalla lanterna sulla sommità della cupola, e dalle conchiglie che ne ricoprono la volta, mentre le pareti scarlatte rimandano al fuoco, e alla terra le decorazioni di marmo e pietre dure del pavimento. Dopo i restauri ultimati nel 2012, la sala non è più percorribile, in quanto il pavimento è stato scoperto; resta possibile l’osservazione grazie agli affacci presso i due ingressi.

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All’interno del complesso è ospitata la Biblioteca degli Uffizi, ex Biblioteca Magliabechiana. Antonio Magliabechi (1633 – 1714), a cui la Biblioteca è intitolata, fu un bibliofilo fiorentino che per tutta la vita lesse, custodì, trascrisse e catalogò manoscritti e stampe. Fu bibliotecario dei granduchi medicei, ed è conosciuto per aver lasciato un’eredità di volumi talmente ricca – circa 30’000 – da aver consentito l’istituzione della prima biblioteca pubblica di Firenze. Essa costituì il nucleo di quella che oggi è la Biblioteca Nazionale Centrale, che nei secoli venne ampliata e trasferita in Piazza dei Cavalleggeri. Il Magliabechi, il cui busto è esposto nell’originaria sede della biblioteca, fu un personaggio particolare, storpio e solitario, con l’unico proposito di vivere tra i libri. Ottenne la stima di molti eruditi in tutta Europa, tra cui il filosofo e matematico Gottfried W. von Leibniz, intrattenendo con essi dei notevoli contatti epistolari.

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Oltre alla Tribuna, Bernardo Buontalenti fu l’autore di un’altra innovazione presente nel complesso degli Uffizi: la cosiddetta Porta delle Suppliche. Il nome viene dalla funzione della “buca” accanto alla porta, ove i cittadini potevano imbucare le loro richieste al Granduca. La particolarità sta nella decorazione soprastante la porta: invece di una tipica forma arcuata, il timpano pare spezzato in due metà ed attaccato per gli estremi minori, il che dà origine a una particolare dinamicità. Tra le due sezioni, è posto il busto di Francesco I de’ Medici, eseguito dallo scultore fiorentino Giovanni Bandini. Quest’ultimo, allievo del rinomato Baccio Bandinelli, fu uno scultore fiorentino molto apprezzato come ritrattista: eseguì busti e sculture per i Granduchi di Firenze e, una volta allontanatosi dalla città – nonché dal rivale Giambologna, anche per diversi Duchi di Urbino.

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La storia degli Uffizi, così radicalmente legata a quella di Firenze, della sua arte e della sua gente, si apre all’osservatore ovunque egli posi lo sguardo una volta presso l’edificio: la sua architettura inquadra un secolo, e gli stili dei suoi architetti, così come la collezione di statuaria antica – e non – richiama echi di civiltà che in tali testimonianze continuano a vivere, così come le scienze e la cultura di ogni epoca emergono dai preziosi dipinti esposti fin dalle prime sale del museo. Uno degli ultimi restauri ha riportato alla luce un’altra parte di questa storia: una navata della chiesa medievale di San Piero in Scheraggio, costruita nel XI secolo e inglobata nel complesso degli Uffizi cinque secoli dopo. Dell’antica chiesa, in cui si riuniva l’assemblea cittadina di cui anche Dante Alighieri fu consigliere, è stata inclusa nel percorso ordinario l’ultima navata rimasta, con esposte due delle colonne affrescate, inglobate nella muratura durante la costruzione del complesso vasariano.

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Il giorno di Capodanno del 2019, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt lanciò un appello alla Germania, con la richiesta di restituire agli Uffizi un dipinto trafugato da soldati nazisti intorno al 1943. Si tratta del Vaso di Fiori dell’olandese Jan Van Huyusum, che nel 1824 venne acquistato da Leopoldo II di Lorena, il granduca fondatore della Galleria Palatina. Del quadro si persero le tracce in seguito alla ritirata dell’esercito tedesco, che lo trasferirono prima a Castel Giovio e poi definitivamente in Germania. Se ne ebbe nuovamente notizia dopo il 1991, quando degli intermediari tedeschi contattarono le autorità italiane al fine di ottenere un riscatto per l’opera. La proposta, oltraggiosa in quanto relativa a un bene già proprietà italiana, e quindi non acquistabile né alienabile, venne ripetutamente respinta fino all’apertura di un’indagine da parte della procura fiorentina. Dopo diversi mesi di mediazione, e dopo l’affissione da parte di Schmidt di una fotografia del dipinto al posto dell’originale, con la didascalia “RUBATO” in varie lingue, il quadro venne finalmente restituito, nel luglio dello stesso anno, tornando al suo posto dopo 75 anni. Per il direttore, l’evento rappresenta un successo ma non un traguardo: almeno altre 80 opere trafugate si trovano ancora in Germania, e gli Uffizi si impegneranno per riportarle a casa.

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Il 4 novembre del 1966, durante la drastica ondata di maltempo che interessò tutta l’Italia, Firenze fu colpita da una gravissima alluvione che, in relazione al patrimonio artistico danneggiato o distrutto dalle furiose acque dell’Arno, impresse nella memoria della città un segno indelebile e profondamente sentito da tutti gli amanti dell’arte. Famose sono le fotografie, realizzate dagli operatori del Gabinetto Fotografico degli Uffizi, in cui dei volontari tentano di mettere in salvo il “Cristo” di Cimabue e la “Maddalena” di Donatello. Questi scatti furono messi in mostra agli Uffizi il 4 novembre del 2016, a 50 anni dall’evento in cui Firenze si mosse unanime in un atto di estrema solidarietà per salvare, oltre alle persone e ai loro beni, anche il bene di tutti, quello culturale. Il piano terra del museo venne inondato, ma furono i depositi di opere e i laboratori per il restauro ad avere la sorte peggiore: le tavole di legno, soprattutto, con il gonfiore causato dall’acqua subirono il doppio dei danni rispetto alle tele, perdendo consistenti porzioni di pigmento. La portata dell’evento causò una notevole accelerazione nella ricerca di tecniche e innovazioni, sia per la conservazione che per il restauro delle opere d’arte: il contributo fu internazionale, e permise un restauro rapido e migliorato sia delle opere danneggiate, sia di quelle integre, ma che da tempo attendevano un intervento.

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Dal settembre 2017, sul sito degli Uffizi è possibile visitare le “IperVisioni”, mostre tematiche virtuali con approfondimenti storici, fotografie e didascalie informative. Nell’estate del 2020, a circa sei mesi dall’esplosione dell’epidemia di Coronavirus, è stata pubblicata un’IperVisione dal nome “Rinascenza” che, secondo la curatrice Lorenza Camin, potrebbe fungere da ispirazione dopo questo “lungo periodo in cui i nostri affetti sono stati messi così duramente alla prova” (Rinascenza, Introduzione): la mostra si articola infatti in 24 fotografie ad alta risoluzione di statue e bassorilievi antichi, greci e romani, con forti ed efficaci cariche emotive. Ognuna di esse è accompagnata da brevi estratti di opere dell’epoca sul tema rappresentato, dalle Metamorfosi di Apuleio, alla Teogonia di Esiodo. Si ha un parallelismo tra l’emozione antica della mitologia, eternata nella pietra da mani sapienti, e quella contemporanea, con la quale il mondo intero si è trovato, in relativamente poco tempo, ad avere un rapporto alterato, inusuale, e non più scontato.

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Le volte delle Gallerie presentano fitte decorazioni a grottesca, con interazioni tra figure allegoriche, motivi geometrici e ritmi compositivi. Nel corridoio di Levante, per esempio, si ha il ciclo di affreschi commissionato dal Granduca Francesco I nel 1581, anno decisivo per l’edificio, che inizia ad assumere la sua funzione di luogo d’arte, anche grazie alla costruzione della famosa Tribuna. Assunti i lavoratori delle botteghe Tempesta e Allori, in soli sei mesi i 150 metri del corridoio vennero interamente decorati. Ogni scena è popolata da creature mostruose, fantasiose, ibride, ed ognuna ha un tema principale, situato al centro, che ne rappresenta la chiave di lettura. I temi affrontati nelle 46 campate sono diversi, alcuni di essi appartenenti ai repertori tipici delle decorazioni principesche: si hanno così 8 campate celebrative della stirpe medicea, ornate da stemmi araldici, scettri e corone; rappresentazioni cosmologiche dell’armonia universale e dell’interazione tra i quattro elementi, simboleggiati da divinità pagane; illustrazioni del tema amoroso e in particolare dell’unione tra Francesco I e la seconda moglie Bianca Cappello, il cui stemma venne poi coperto dal successore di Francesco, Ferdinando, che lo sostituì con quello degli Asburgo; allegorie della Virtù, ognuna di esse posta tra due campate dedicate invece agli eccessi, tra i quali essa media, costituendone il “giusto mezzo”: tra il Furore e il Timore si ha il Coraggio, tra la Fatica e la Felicità si ha l’Amicizia, poi c’è la Temperanza, a metà tra la Fame e l’Ingordigia, mentre un’interessante “biografia” illustrata del Granduca si ha nelle successive tre campate, che vedono la Prudenza mediare tra la Malinconia, temperamento attribuito da molti al Principe, e la Musica, che invece eccede nella letizia e nella dispersione di energie.

Spunti videoludici

Gli Uffizi, data la loro ricchezza di ambienti, opere ed evoluzioni nel corso dei secoli, si prestano a molti tipi di narrazioni e meccaniche: un mistero da risolvere in un’avventura in prima persona, magari un giallo con tinte un po’ noir, da sviluppare nei suggestivi ambienti del complesso, che sia in epoca contemporanea o al tempo dei Granduchi e della loro corte; allo stesso modo, in un gioco che invece voglia esplorare le collezioni del museo, si potrebbe dar vita ad ogni dipinto ambientandovi un livello, o soffermandosi su più opere di un singolo artista. Ancora, un RPG a sfondo storico permetterebbe di esplorare, in maniera del tutto originale, vicende romanzate di personaggi la cui vita si intrecciò con quella delle Gallerie.

[Bibliografia]

– Caneva, C., (a cura di), il Corridoio vasariano agli Uffizi, Milano, Silvana Editoriale per Banca Toscana, 2002;
– Fossi, G., (a cura di), Uffizi. Arte, storia, collezioni, Firenze, Giunti Editore, 2014;
– Conticelli, V., De Luca, F., Le grottesche degli Uffizi, Firenze, Giunti Editore, 2018;

[Sitografia]

Galleria degli Uffizi
Restauri San Pier Scheraggio
Ex Biblioteca Magliabechiana
Valentina Conticelli sulle Grottesche
Ipervisione “Rinascenza”
L’alluvione e il progresso del restauro

[Scheda Film Commission]

Toscana Film Commission

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