Descrizione
Conosciuto più comunemente come “il Fortino”, il Forte Lorenese è l’edificio che dà il nome al giovane comune di Forte dei Marmi, del cui ormai irriconoscibile passato, da luogo difensivo e portuale, è testimone. Voluto alla fine del Settecento dal Granduca di Toscana Leopoldo I, esso doveva completare la funzione di difesa della costa, già esercitata dalle fortezze di Motrone e Cinquale, contro gli attacchi dei pirati. Una volta scomparsa la necessità di proteggersi da tali scorribande, nonché di conservare i marmi pronti per essere imbarcati dal Pontile, il Fortino attraversò varie fasi, tra cui una in cui venne sfruttato come Casa del Fascio, divenuta Casa del Popolo dopo la liberazione, e in seguito sede di uffici postali, amministrativi, fino alla funzione attuale di Museo della Satira, ufficio turistico e ospite di mostre d’arte.
Focus narrativi
Piazza Garibaldi, oltre al Forte Lorenese, ospita altri esempi di quella che poteva essere la vita di ogni giorno qualche decennio addietro, al tempo del commercio di marmi: poco distante dall'edificio si trova
un pozzo, la cui acqua veniva utilizzata per il rifornimento delle imbarcazioni in partenza, o che facevano sosta presso lo Scalo dei Marmi; procedendo verso mare si troverà invece una candida
fontana, un tempo coperta da ombrosi lecci, da cui sgorga continuamente acqua fresca e potabile. La fontana fu voluta nel 1900 dai due sindaci di Pietrasanta, nelle intenzioni dei quali v'era, come riportato dall'incisione sulla fontana stessa, quella di “arricchire il Forte dei Marmi d’acqua abbondante e salubre”. All'epoca il Forte dei Marmi era ancora sotto Pietrasanta, come si può evincere dallo stemma municipale scolpito sulla fontana.
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Davanti al Fortino sono posti
due marmi: una vasca e la statua di una figura femminile. La prima serviva come abbeveratoio per gli animali impiegati nel traino di barrocci e carrozze, mentre la seconda è il
Monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale, eseguita nel 1937 dal carrarino Arturo Dazzi. Comunemente conosciuta come
La Vittoria, la scultura rappresenta una giovane donna dallo sguardo sereno e consapevole, con in mano una spada e i piedi su una figura maschile in ginocchio, dal capo chino e i capelli somiglianti a serpenti. Una statua analoga venne esposta alla Biennale di Venezia del 1926, per poi essere spostata nei Giardini Pubblici a Fabriano, dove tutt'ora risiede.
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Dal 1997, al secondo piano del Fortino è allestito il
Museo della Satira e della Caricatura, avente come logo il satiro di Tullio Altan. Per l'occasione vennero eseguiti dei lavori di restauro e riabilitazione dell'appartamento all'ultimo piano dell'edificio, ove in precedenza aveva risieduto il Direttore dell'Ufficio Postale situato al piano terra. Dopo la ristrutturazione vennero ricavate delle sale espositive, un ufficio e una biblioteca. Tra le motivazioni di questo intervento, la necessità di un luogo per esporre le opere dell'annuale Premio Internazionale della Satira Politica. Per l'inaugurazione della sede vennero esposti dei lavori di Altan, nonché del giornale di satira francese Le canard enchainé.
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In origine, sul Fortino svettava
una torretta dotata di campana per l'allarme, che tutti chiamavano “
la martinella”. Oggi si può invece vedere un archetto sotto cui è stata collocata, nel 1930, una nuova campana, recante la scritta “Anno 1469 - Santa Barbara”. Quest'ultima porta con sé una
tragica storia di viltà umana, che il popolo seravezzino ricordò per decenni, additando il bronzo come “la campana maledetta”. Nel suo tragitto verso Firenze, nell'anno 1429, il capitano Astorre Gianni decise di far sostare le sue truppe a Seravezza. Una volta in paese, questi fece radunare il popolo in chiesa, al suono continuato della campana, senza il bisogno effettivo di dare comunicazioni urgenti. Una volta lì, i soldati divisero le donne dagli uomini usando un pretesto generico, e chiusi gli uomini nella sacrestia, violentarono le donne ormai indifese. Due uomini sfuggiti al controllo delle guardie, denunciarono a Firenze questo grave evento, ma dalle autorità granducali si ottennero solo una parziale restituzione dei beni saccheggiati, e una poco chiara “ammonizione” per il capitano.
I seravezzini, in preda all'ira e all'odio, non poterono che prendersela con il “maledetto ordigno” che li aveva traditi, sfogando su di esso la propria rabbia, per poi gettarlo nelle acque del fiume, da dove venne ripescato circa 40 anni dopo, fuso in bronzo nuovo, e restituito all'attività come nuova “martinella” del Fortino.
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Un altro personaggio legato alla realizzazione del Forte allo Scalo dei Marmi, oltre al granduca Pietro Leopoldo, fu
Federigo Francesco Barbolani dei conti da Montauto. Discendente di un'antica e nobile famiglia di origine feudale, Federigo svolse la sua formazione in legge a Urbino presso i padri scolopi. La sua vita si intrecciò con quella del giovane Pietro Leopoldo nel 1765, quando si recò ad onorare il nuovo sovrano a Vienna, in occasione dell'imminente partenza di quest'ultimo per la Toscana. Da quel momento in poi fu assorbito da una lunga serie di incarichi politici ed amministrativi, fino a che nel 1782 venne inviato a Livorno per diventarne Governatore. In quegli anni, Pietro Leopoldo si stava interessando alla fortificazione della costa toscana contro i pirati, nonché alle attività doganali e di controllo sanitario necessarie presso i vari porti. Il Barbolani fu incaricato di ispezionare l'intera costa, ed è noto che lo fece con interesse e dedizione, grazie ai resoconti ed ai progetti edilizi a noi pervenuti e ad oggi conservati presso l'Archivio di Stato di Firenze. Oltre a quello di Forte dei Marmi, Federigo si dedicò alla progettazione degli analoghi forti di Castagneto e Bibbona, i quali presentano una fisionomia del tutto analoga a quella del Fortino.
Fonti e link
[Bibliografia]
- Belli, Leopoldo (a cura di), Nepi, Cinzia (a cura di),
Il Forte allo Scalo dei Marmi, Pisa, Pacini Editore, 2005;
- Giannelli, Giorgio,
La bibbia del Forte dei Marmi, Roma, Edizioni “Versilia Oggi”, 1970;
[Sitografia]
VisitForte
Origine del Forte