Descrizione
Lo Zuccherificio Eridania di Codigoro è oggi un grande stabilimento abbandonato e lasciato a se stesso. Sorge in Via Ferrara, all’incrocio di due grandi canali: quello di Acque Alte il Canal Leone. Tra i numerosi ruderi che l’ondata di cessioni, acquisizioni e tentate riqualificazioni che l’industria dello zucchero italiana si è lasciata dietro fino al 2005, anno dell’ultimo provvedimento dell’Unione Europea circa la regolamentazione della produzione interna di zucchero, il gigantesco complesso di Codigoro è certo uno dei resti più imponenti, tanto da somigliare a una lugubre cattedrale.
Location
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Focus narrativi
Pressoché unanime il parere degli esperti, che concordano nell’annoverare l’ex zuccherificio Eridania di Codigoro tra i capolavori dell’
architettura industriale italiana.
Mentre alcuni arredi ed elementi di oggettistica sono ancora visibili ai piani superiori, e offrono quindi un prezioso spunto tanto utile per i fotografi quanto per documentaristi o curiosi, la sezione centrale del piano terra è costellata da svariati crolli della struttura in muratura, che lasciano quindi entrare abbondanti parti di vegetazione che snaturano completamente l’aspetto originario dell’edificio. Restano in buon stato di conservazione le due ciminiere gemelle, che sovrastano l’intera struttura e sembrano ancora scalabili con l’ausilio di sparuti pioli arrugginiti, nonché svariate impalcature in metallo: corrimano lungo le scale che conducono ai reparti superiori della fabbrica, lo scheletro del tetto, numerosi infissi, armadietti, i supporti per alcuni scaffali, i vecchi finestroni adesso ridotti a grate. Al centro dell’androne maggiore è ancora presente lo scheletro dell’apparecchio di spremitura e cristallizzazione, punto nevralgico dell’impianto.
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Impressionante anche la presenza, all’interno degli uffici abbandonati, di
documentazione ufficiale: atti notarili, comunicazioni e quant’altro non è stato raccolto da Eridania per le proprie bacheche o esposizioni museali adesso giace nascosto tra la polvere o ancora sistemato in qualche cassetto.
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L’ex zuccherificio di Codigoro è comparso nella
collezione di scatti “Mostra RiFatto – mostri rivisti dalla urban art” esposta nel 2015 a Fabriano in occasione del Pop Up! Opening 2015 (precedentemente, il materiale fotografico era comparso su Il Fatto Quotidiano. Nella versione rivisitata, l’ampia facciata dello zuccherificio diventa un mare geometrico solcato da due navi d’epoca.
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L’area di circa otto ettari limitrofa allo zuccherificio, che si estende dall’imponente edificio in rovina e oltre l’impianto idrovoro del Consorzio di Bonifica della Pianura di Ferrara, è conosciuta come “la Garzaia”, o la
“città degli Aironi”. Qua, dopo la cessazione dell’attività dell’impianto, si sono insediati innumerevoli volatili: Aironi Cenerini, Aironi Bianchi Maggiori, Garzette, Nitticore. Gli uccelli migratori raggiungono puntuali i nidi costruiti in precedenza tra la fitta vegetazione di Pioppi, Sambuchi e Pruni. L’università di Pavia ha censito la Garzaia per la prima volta nel 1981, rivelando come fosse una delle maggiori colonie di Aironi di tutta l’Italia settentrionale. Nel 1985 la zona contava 600 nidi, diventati poi 735 nell’anno successivo e 1500 nel 1989. Motivo della proliferazione di volatili nella zona è la ricchezza delle sue risorse, per lo più alimentari, offerte dalla vegetazione e dalla fauna che si sposta tra le risaie grazie ai condotti di irrigazione (insetti, serpenti d’acqua, pesci). Codigoro è diventata, proprio grazie a questa zona, nota come “la città degli Aironi”. Grazie alla ricerca, la Garzaia è oggi osservabile senza il minimo disturbo per gli animali, tramite una torre di osservazione e varie telecamere sparse per l’area. Se il trambusto della coltivazione di barbabietole e dei processi di raffinazione e smistamento dello zucchero impedivano agli Aironi di utilizzare la zona come ambiente fertile per la nidificazione, si può dire che sia stato proprio il disuso dello zuccherificio a consentire loro di stabilirsi nella vasta area rurale circostante: col suo abbandono, l’edificio ha così trasformato integralmente l’ambiente attorno.