Descrizione
L’Eremo di Camaldoli, casa madre della congregazione benedettina dei camaldolesi, si trova sull’Appennino Tosco-Romagnolo all’interno del parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna e sorge a 1100 metri di altitudine, a pochissima distanza dal crinale appenninico.
San Romualdo, che già aveva fondato diverse comunità eremitiche nell’Italia centrale, nell’XI secolo giunse qui, nelle foreste casentinesi, e si stabilì in una radura chiamata Campo di Maldolo (Campus Maldoli), da cui il nome della congregazione.
La comunità monastica si divide tra l’eremo e il monastero che sorge a poca distanza dall’eremo stesso a circa 800 metri di altitudine: i monaci dell’eremo e del monastero vivono tutti la stessa regola, ma hanno stili di vita leggermente diversi, privilegiando la vita comunitaria nel monastero e il raccoglimento personale all’eremo.
L’eremo di Camaldoli si trova non lontano dal santuario francescano della Verna (vai alla scheda) raggiungibile anche a piedi attraverso un suggestivo sentiero (33km) che si snoda tra i boschi e il crinale tosco-romagnolo; racconta una tradizione che alla consacrazione della nuova chiesa dell’eremo assistette anche San Francesco d’Assisi.
Location
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Focus narrativi
Al centro dell’eremo, quasi a rappresentare il fulcro della vita del monaco, la preghiera, sorge la chiesa, dedicata a San Salvatore Trasfigurato.
A sinistra si trova la Lavra, così come è chiamato nei monasteri ortodossi d’Oriente, l’insieme delle
celle monastiche; nella cella l’eremita passa gran parte della sua giornata lavorando, studiando e pregando. La struttura delle celle, che prende come modello quella di San Romualdo, è “a chiocciola”; questa configurazione oltre a simboleggiare il percorso interiore del monaco di “ritorno” in se stesso è la forma architettonica migliore per difendere l’ambiente dai rigori del clima.
Le celle, che si sviluppano al solo piano terra, con annesso un orto recintato, presentano diversi ambienti: un portico, il vestibolo, la camera, lo studio, l’oratorio, la legnaia e il bagno. Iniziando dall’esterno si trova il portico che si apre sempre sull’orto dal quale, attraverso uno sportello, il monaco riceve i pasti; da qui si passa al vestibolo, un corridoio di dimensioni tali da consentire al monaco di passeggiare quando a causa di condizioni atmosferiche avverse non può uscire, e abbastanza grande da permettere di allestirvi un laboratorio personale; dal vestibolo si accede infine al centro della chiocciola, nella parte più calda, dove si trova la camera con un armadio a muro, un camino e il letto incassato nel legno.
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I
benedettini, congregazione alla quale i camaldolesi fanno parte, sono la “memoria” dell’Europa medievale e nei codici trascritti dai loro amanuensi sopravvivono le conoscenze dell’antichità riguardanti, non solo letteratura e filosofia, ma anche scienza e tecnica: si trovano così nozioni sulla bonifica delle zone paludose, sulla regimazione dei fiumi, sulla cura e mantenimento dei boschi. L’albero “simbolo” dei camaldolesi è l’abete bianco che, alto e diritto, si slancia verso il cielo; nasce così e si sviluppa la foresta camaldolese che oggi costituisce un nucleo importante del parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna ed è legata ad una congregazione che ad un altissimo senso di spiritualità coltiva una particolare sensibilità per la cultura e la tecnica.
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La
vita dei monaci all’eremo camaldolese si colloca tra uno stile cenobitico e quello anacoretico prendendo gli elementi migliori da ambo le parti e creando un saggio equilibrio tra solitudine e vita comune; lo stemma della congregazione benedettina camaldolese è infatti costituito da due colombe che si abbeverano alla stessa fontana: le due colombe rappresentano la vita contemplativa e la vita attiva che sono le due facce di un’esistenza che è e deve rimanere una sola.
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All’eremo si accede dalla strada con un portone, superando il quale si entra nel cortile; all’interno, interamente circondato da un muro di sasso, si possono individuare alcune aree circoscrivibili e interconnesse con caratteristiche specifiche: la chiesa con il coro monastico, la foresteria, la biblioteca, la sala del capitolo, l’antica cella di San Romualdo, le celle monastiche. Esternamente l’eremo è circondato dalla fitta foresta camaldolese di abeti bianchi alla cui cura, fin dalla loro fondazione, si sono dedicati i monaci camaldolesi.
Fonti e link
[Bibliografia]
Salvatore Frigerio,
Camaldoli. Note storiche spirituali artistiche, Edizioni Camaldoli, 2004
Alberta Piroci Branciaroli (a cura di),
Camaldoli: il monastero, l’eremo e la foresta, Edimond, 2003
Carlo Urbinati, Raoul Romano (a cura di),
Foresta e monaci di Camaldoli: un rapporto millenario tra gestione e conservazione, Codice forestale camaldolese, INEA, 2012
Maurizio Vivarelli (a cura di),
Camaldoli. Il sacro eremo ed il monastero, Octavo, 2000
[Sitografia]
Sito ufficiale