Descrizione
Simbolo della potenza e magnificenza della famiglia d’Este, il Castello Estense (o anche Castello di San Michele) è uno dei monumenti più significativi della città di Ferrara e di sicuro il suo più rappresentativo. Situata in pieno centro storico, la fortificazione troneggia con quattro torri sullo scenario ferrarese. Oggi adibita a percorso museale, è un punto di riferimento per la storia e la cultura della città nonché un luogo che tramanda e racconta vicende affascinanti, importanti quanto dolorose.
Location
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Focus narrativi
Le costruzioni del castello iniziarono a seguito di una
tragica e violenta rivolta popolare: dopo un ennesimo aumento delle tasse, i ferraresi insorsero chiedendo che gli venisse consegnato Tommaso da Tortona, consigliere dei marchesi in materia di gabelle e imposte. Niccolò II tentò invano di sedare la rivolta e fu costretto, per salvarsi la vita, a consegnare il giureconsulto. Il pover'uomo ricevette i Sacramenti e poi fu lasciato ai rivoltosi, che dopo averlo linciato lo fecero letteralmente a pezzi. Alcuni pezzi furono bruciati su dei roghi, altri issati su delle canne in segno di vittoria. Gli intestini vennero dati in pasto ai cani.
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La disposizione dell'edificio è prettamente difensiva: Niccolò II fu abbastanza lucido da guadagnare tempo e, fiutata la brutta aria che tirava per la sua casata, da far costruire il castello nel giro di appena due anni. Sorprende che uno dei simboli per eccellenza della città di Ferrara sia nato, a conti fatti, in opposizione alla volontà dei cittadini e come strumento di predominio.
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Affascinante e tragica
la vicenda di Giulio d'Este, figlio illegittimo di Ercole I. Tra i suoi fratellastri, figli nati dalla relazione coniugale tra il duca ed Eleonora d'Aragona, Ippolito intrattenne con lui un rapporto particolarmente conflittuale. Un primo scontro riguardò il ruolo di
un musicista, don Rainaldo di Sassuolo, che era al servizio di Giulio. Ippolito lo volle per la cappella di cui si occupava come cardinale. La rivalità fraterna sfociò in due gesti estremi: verso la fine del 1504 Ippolito rapì Rainaldo e lo portò nella rocca del Gesso, fortezza appartenente al duca Giovanni Boiardo; nel maggio 1505 Giulio passò al contrattacco con un gruppo armato, liberò Rainaldo e come gesto di sfida lo sostituì col castellano del fortilizio. Ippolito si lamentò del gesto con Alfonso I, fratello di entrambi ed erede di Ercole I, che decise di esiliare Giulio a Brescello. Furono sua moglie Lucrezia Borgia e Isabella d'Este a convincere Alfonso a perdonare i fratelli per la loro disputa infantile e pericolosa. Il secondo scontro tra i due fu ben più grave: entrambi iniziarono a corteggiare Angela Borgia, dama di compagnia nonché cugina di Lucrezia. Tra i due questa sembrava preferire Giulio a scapito dell'orgoglioso Ippolito, che a seguito di una dichiarazione d'amore di Angela per gli occhi del fratellastro s'infuriò inviando degli sgherri a ucciderlo e accecarlo. L'aggressione non andò come previsto e Giulio riuscì a sopravvivere, riportando però danni importanti alla vista. Alfonso impose nuovamente la pace tra i due. Giulio d'Este, comprensibilmente adirato per i danni agli occhi e per l'accondiscendenza di Alfonso I, covò una gran rabbia nei confronti di entrambi i fratellastri. Organizzò allora una congiura ai danni di entrambi, che però fallì: i cospiratori non riuscirono a intercettare le vittime, rimanendo invano nella loro attesa armati di pugnali avvelenati. Lucrezia consigliò a Giulio di rifugiarsi a Mantova sotto la tutela di Francesco II Gonzaga, mentre la congiura a Ferrara veniva svelata dal duca. Il processo contro il sovvertitore lo condannò a morte e, alla minaccia di Alfonso di intervenire con le armi, Francesco II fu costretto a cedere il protetto. Giulio passò 53 anni in prigione e tornò libero solo all'età di 81 anni. Si dice che allora destasse l'attenzione di tutti i passanti camminando per strada: aveva ancora un portamento di tutto rispetto, e la moda dei suoi abiti era quella di 50 anni prima.
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Una triste storia d'amore è alla base della più nota leggenda del castello. A seguito della morte della moglie Gigliola da Carrara nel 1416, nel 1418 Niccolò III sposò Laura Malatesta (detta Parisina). Il matrimonio era d'interesse e lo vincolava a una moglie di ben 20 anni più giovane. La ragazza, di soli 15 anni, aveva l'età dei suoi figli. Tra questi Ugo, quattordicenne, iniziò a provare una forte antipatia per la matrigna. L'odio tra i due, che inizialmente preoccupava Niccolò, si trasformò ben presto in amore che Ugo e Parisina si sforzarono subito di tenere nascosto. Fu la servitù a informare Niccolò dell'adulterio. Si dice che questi, per averne prova concreta, fece forare il soffitto della camera in cui i due amanti si incontravano e costruire un sistema di specchi e leve che gli consentisse di osservare cosa accadeva all'interno. Fu quindi in prima persona testimone del tradimento. Avuta la prova, condannò a morte i due amanti. E fece di più: ordinò di decapitare prima tutte le donne adultere di Ferrara, una scelta singolare vista la sua stessa nomea (“il gallo di Ferrara”). Ugo e Parisina furono decapitati sullo stesso ceppo al termine delle altre esecuzioni. Si dice che nelle prigioni del castello ancora si senta il pianto dei due amanti, il quale risuona assieme a quelli di tutte le donne adultere uccise a causa loro.
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Svariati visitatori del castello hanno asserito di aver visto
il fantasma di Lucrezia Borgia aggirarsi per le stanze nobiliari e addirittura salutare con la mano gli ospiti. La squadra di National Ghost Uncover capitanata da Massimo Merendi si è recata sul posto per investigare sulle testimonianze e non ha rilevato però alcuna prova concreta della presenza spiritica.
Fonti e link
[Bibliografia]
- Riccardo Bacchelli,
La congiura di don Giulio d'Este, Verona, Mondadori, 1958.
- Bruno Rossi,
Gli Estensi, Milano, Mondadori, 1973.
[Sitografia]
Castello Estense
Istituto Italiano Castelli
BlastingNews.com
[Scheda Film Commission]
Emilia-Romagna Film Commission