Descrizione
Il Castello di Grazzano Visconti è un edificio di origine militare, poi rimodellato a residenza gentilizia, situato in provincia di Piacenza. Attorno a esso sorge un complesso cittadino, nominato città d’arte, interamente rinnovato e costruito nel corso dei primi anni del Novecento. L’atmosfera del luogo, che richiama ogni anno centinaia di migliaia di turisti, richiama quella medievale da cui prende forte ispirazione pur non essendo nata nel Medioevo. Il lavoro sull’estetica del luogo è stato portato avanti dai proprietari, i Visconti di Modrone, come un accorato tributo all’iconografia preesistente: a oggi il Castello, assieme al borgo circostante, è allora una preziosa gemma che fa rivivere un passato remoto, mai propriamente vissuto, ricostruendo così un Medioevo ideale ed estremamente affascinante.
Focus narrativi
Nel 1547 si rifugiarono tra le mura del castello i
cospiratori che uccisero poi
Pier Luigi Farnese a Piacenza. Giovanni Anguissola di Grazzano, proprietario del castello, era tra i cospiratori assieme ad Agostino Landi e i fratelli Pallavicino. Fu proprio lui a trafiggere il duca. Dopo
l’omicidio, Giovanni Anguissola si stabilì in Lombardia e divenne un alto funzionario dell'Imperatore Carlo V. La congiura fu un completo successo, tanto che i colpevoli non furono puniti per tempo: Pier Luigi Farnese fu assassinato da persone che fino a poche ore prima si fingevano sue amiche.
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Nell'archivio della famiglia Visconti sono conservate
tre pergamene dal prezioso valore documentale. La prima risale a Piacenza, 1 Aprile 1114, ed è un atto di vendita che testimonia il passaggio di proprietà da Sigifredo da Vigolzone ad Azone Aldeci. La seconda, del 23 Febbraio 1121, segna invece il passaggio di alcuni beni sul fondo di Grazzano da Cerolapersico ad Ansaldo. La terza, del 3 marzo 1152, segna la vendita di Grazzano a Bernardo, abate del monastero di San Sisto. Tutti gli atti sono firmati dai notai del tempo.
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Il simbolo della famiglia dei Visconti, che costella il Castello quanto il borgo di Grazzano, è il cosiddetto Biscione. Ricorrente nell’iconografia milanese, il grande serpente è rappresentato nell’intento di divorare Giona, figura biblica dell’Antico Testamento. Le origini del simbolo sono controverse: plausibilmente, essendo i Visconti originariamente in possesso della sola Anguaria (assonante col latino “Anguis”, “serpente” o “serpente marino”), il Biscione non nasce a seguito di una leggendaria impresa o di una nobile campagna. Ben diversa la versione ufficiale voluta dai Visconti, tanto interessante quanto implausibile, ma proprio per questo meritevole di approfondimento. L’origine del Biscione sarebbe secondo questa da rintracciarsi in Terra Santa, dove attorno al Mille Ottone Visconti, condottiero di un cospicuo numero di soldati, partecipò alle crociate e venne sfidato a duello, si dice, da un principe saraceno di grande abilità. Il duello avvenne nei pressi di Gerusalemme, dove Ottone era accampato coi suoi uomini. L’insegna del saraceno era una grossa serpe che mangiava un bambino, utilizzata in scherno del nemico cristiano come se quello fosse il piccolo Gesù stesso. Quando Ottone sconfisse il saraceno, gli tolse le insegne e tornò trionfante in patria. Il Biscione a sette spire sarebbe allora nato da quella gloriosa e simbolica vittoria, come segno del nemico sconfitto e delle sue insegne ribaltate in segno di superiorità, e trasformate in un simbolo della forza della fede. Un'altra leggenda simile sposta il duello e ne cambia gli interpreti: sarebbe stato Eriprando Visconti a strappare le insegne a un cavaliere tedesco sconfitto nel 1034. Altre leggende ancora narrano che Uberto Visconti, attorno al 1200, uccise un drago che terrorizzava i suoi concittadini. Petrarca racconta come origine del Biscione il fatto che Azzone Visconti, una notte, si svegliasse dal sonno vedendo sgomento una vipera uscire dal suo elmo, con le fauci spalancate, senza però morderlo in alcun modo. Ognuna di queste versioni appare implausibile, incoerente e anacronistica, o in alternativa del tutto infondata.
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Il borgo costruito ex novo da Giuseppe Visconti, che trasformò le sparute case coloniche in bellissime dimore medievali, è costruito con un occhio di riguardo per la scenografia e l’atmosfera, e raccoglie in sé quanto necessario per non costringere la popolazione iniziale a emigrare verso la città. Col tempo è diventato meta turistica preferenziale nel piacentino.
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Il Castello è circondato da un grande giardino, nel quale si trovano: un labirinto di siepi, una piccola chiesa, gli studi del Duca, un belvedere e svariati alberi secolari: un tiglio di oltre 80 anni e un platano di oltre 150 anni d’età.
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Tra le pareti del borgo si trova un misterioso dipinto con una scritta in caratteri gotici che, su un cartiglio, circonda lo stelo di un grande garofano rosso. La scritta, leggibile soltanto al contrario, recita: “impipatene e guarda in alto”. Forse è una provocazione lasciata dal creatore del borgo ai critici d’arte.
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Il borgo un tempo ospitava anche un mulino, successivamente smantellato, di cui oggi restano la grande ruota di ferro e la condotta che vi portava l’acqua.
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Una particolarità del borgo sono i camini: da ogni tetto ne svettano svariati, tutti diversi l’uno dall’altro, ognuno elegante, e con un ruolo puramente ornamentale.
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Il borgo ospita il Museo delle torture e il Museo delle cere.
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Tra le vie del borgo si trova anche una statua del tutto particolare, quella di Aloisa: fedele ricostruzione di un disegno che un medium, in tempi non troppo remoti, fece dopo essere entrato in contatto con un fantasma nella zona del Castello. Bassa, paffuta e ridente, la castellana defunta raccontò alla medium di essere morta di gelosia in seguito al tradimento del marito. Si dice che da allora di giorno vaghi per il Castello e per il parco, di notte invece si rifugi disperata tra le mura e, con fare manesco, aggredisca addirittura gli ospiti a meno che non le diano qualche dono. La leggenda, tramandandosi di generazione in generazione, attira ad oggi numerosi curiosi e turisti, alcuni dei quali affermano di aver incontrato in prima persona lo spettro.