Castello di Gesualdo

Descrizione

Il castello, situato al centro dell’omonimo paese, domina l’intera Irpinia centrale, situato com’è tra due importanti valli della zona (Ufita e Fredane). Pur risalendo alla dominazione longobarda, il complesso presenta diversi stili per effetto dei vari restauri a cui fu sottoposto, segno dell’importanza della residenza per i suoi feudatari, tra cui, in particolare, i Gesualdo stessi, che con la discussa figura di Carlo s’impegnarono nel rendere il castello il nucleo di una corte di prim’ordine e centro di un prospero paese.

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Cenni storici

Il castello raccolse attorno a se l’odierno paese e divenne universalmente famoso in seguito allo scandalo che toccò le famiglie Gesualdo e d’Avalos nel 1590. Fu oggetto delle più corpose modifiche proprio con Carlo Gesualdo, il principe madrigalista, che ne fece il suo ritiro dopo l’uccisione della moglie. Acquistato dalla famiglia Caccese nel 1855, subì gravissimi danni con il terremoto dell’Irpinia del 1980, per venire poi restaurato e riaperto solo nel 2015.
Ulteriori approfondimenti sulla storia del castello, qui.

Focus narrativi

La posizione del castello è emblematica dello sviluppo di un intero borgo sorto a ridosso di esso e di come al tempo erano gli stessi feudatari, spesso con il solo soggiorno, a rendere più o meno prospero un paese.

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La maggiore fama al paese giunse a seguito dell’efferato delitto del 1590. Carlo Gesualdo sposato con Maria d’Avalos (sua cugina e principessa di stirpe reale in quanto nipote di Maria d’Aragona) scoprì che questa aveva una relazione con Fabrizio Carafa, a sua volta sposato con una cugina, e attenendosi alle norme sociali dell’epoca decise di lavare l’onta con l’uccisione dei due amanti. Carlo sospettava inoltre che la relazione fosse anche dovuta ad una vendetta dei Carafa per le carcerazioni e i processi che il Papa Pio IV (zio di Carlo) aveva eseguito ai danni della famiglia.
Il delitto fu attentamente preparato: Carlo fece credere a Maria di assentarsi per giorni per una battuta di caccia certo che la moglie avrebbe quindi ospitato nelle sue stanze Fabrizio. Così fu e nel cuore della notte Gesualdo li sorprese uccidendo efferatamente i due:

[La Principessa] Stava in camicia, era pieno di sangue…teneva tagliati li cannarini, una ferita in testa dalla parte della tempia dritta, una pugnalata in faccia, e più pugnalate sulla mano e braccio diritto, e nel petto e fianco teneva due altre ferite di punta.

[Don Fabrizio] Era tutto insanguinato, e ferito di più ferite, e di un’archibugiata al braccio sinistro che li passava il cubito dall’una parte all’altra, e passava ancora il petto […] e tenea più e diverse ferite in petto di ferri acuti e nelle braccia, in testa, in mano e in faccia; un’altra archibugiata alle tempie e sovra l’occhio, dove era una gran lava di sangue. [da Informatione sul duplice omicidio di Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, Biblioteca Nazionale Napoli]

I corpi furono poi portati fuori ed esposti per mostrare che l’offesa era stata lavata.

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Il delitto fece scandalo pressoché ovunque nel Regno di Napoli, sia per l’importanza di tutte le famiglie coinvolte (d’Avalos, Gesualdo e Carafa) sia per l’efferatezza dello stesso, tanto da divenire oggetto di numerose opere. Torquato Tasso, poi divenuto amico del Gesualdo, scrisse pochi mesi dopo In morte di due nobilissimi amanti:

Piangete o Grazie, e voi piangete Amori,
feri trofei di morte, e fere spoglie
di bella coppia cui n’invidia e toglie,
e negre pompe e tenebrosi orrori.

Piangete o Ninfe, e in lei versate i fiori
pinti d’antichi lai l’umide foglie
e tutte voi che le pietose doglie
stillate a prova e lacrimosi odori.

Piangete Erato e Clio l’orribil caso
e sparga in flebil suono amaro pianto
in vece d’acque dolci o mai Parnaso.

Piangi Napoli mesta in bruno ammanto,
di beltà di virtù l’oscuro occaso
e in lutto l’armonia rivolga il canto.

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A causare particolare rimostranze da parte dei Carafa non fu comunque l’omicidio in sé, legittimo per il codice d’onore del tempo, quanto il fatto che l’uccisione di Fabrizio fu compiuta dagli sgherri di Don Carlo: la cavalleria stabiliva che a colpire un nobile potesse essere solo un pari grado.

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Carlo allontanatosi da Napoli si ritirò a Gesualdo, impegnandosi nel renderlo una vera e propria dimora principesca, in cui radunare artisti e letterati. Inoltre, per placare il suo animo tormentato, si diede ad opere di beneficenza e alla costruzione del convento dei Frati Minori Cappuccini a cui rimase sempre legato.

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Don Carlo, inoltre, madrigalista di ottime capacità, tanto da essere considerato uno dei migliori del tempo oltre che innovatore del linguaggio musicale, creò nel castello una vera e propria stamperia con cui stampò svariati libri sulle sue opere. Un esempio di madrigale composto da Carlo:

O sempre crudo Amore,
nella gioia non men che nel dolore,
tu sempre, o peni il core o por gioisca,
fai ch’amando languisca.

Spunti videoludici

La complessa storia del delitto compiuto da Carlo ai danni della moglie e dell’amante è stata, nei secoli, raccontata in innumerevoli opere letterarie, musicali e teatrali. Una storia d’amore finita in modo tragico, sullo sfondo delle complicate vicende politiche del tempo, che proprio per questo sembra essere particolarmente adatta ad essere inquadrata in un videogioco.
Inoltre, la fama di madrigalista di Carlo, le sue amicizie artistiche e il semplice fatto che l’omicidio rimase così impresso nella memoria dei contemporanei da venire raccontato in più e più opere, rende possibile immaginare un videogioco a tema musicale/teatrale.

[Bibliografia]
O. Tarantino Fraternali, Carlo Gesualdo. L’uomo, il suo tempo, la musica, Terebinto edizioni, Avellino 2015
A. Cuoppolo, Il gigante della collina. Storie, dolori e musiche nell’eco delle sue antiche mura, Delta 3 edizioni, Avellino, 2013
Informatione sul duplice omicidio di Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, Biblioteca Nazionale Napoli

[Sitografia]
Pro Loco Gesualdo

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